11 Dicembre 2019

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COSA DOBBIAMO FARE (LUCA 3,7-14)

02-09-2016 17:15 - TEMPO DELLO SPIRITO
Una gran folla andava da Giovanni per farsi battezzare, ed egli diceva loro: ´Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere che potete sfuggire al castigo ormai vicino? Dimostrate con i fatti che avete cambiato vita e non mettetevi a dire: ´Noi siamo discendenti di Abramo´. Vi assicuro infatti che Dio è capace di far sorgere veri figli di Abramo anche da queste pietre. La scure è già alla radice degli alberi, pronta per tagliare: ogni albero che non fa frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco´.
Tra la folla qualcuno lo interrogava così: "In fin dei conti che cosa dobbiamo fare?" Giovanni rispondeva: "Chi possiede due abiti ne dia uno a chi non ne ha, e chi ha dei viveri li distribuisca agli altri". Anche alcuni agenti delle tasse vennero da Giovanni per farsi battezzare. Gli domandarono: "Maestro, noi che cosa dobbiamo fare?" Giovanni rispose: "Non prendete niente di più di quanto è stabilito dalla Legge." Lo interrogavano infine anche alcuni soldati: "E noi che cosa dobbiamo fare?" (Luca 3, 7-14)


Alle folle che vengono a farsi battezzare, Giovanni, il battista, dice: fate frutti degni del ravvedimento, mostrate con i fatti che volete cambiare vita. Di rimando, la gente gli chiede: spiegaci quel che dobbiamo fare. Potremmo dividere la risposta di Giovanni in due parti: nella prima Giovanni dà una risposta generale, che è quella della condivisione. Che cosa dovete fare? Avete due tuniche? Datene una a chi non ne ha. Avete da mangiare? Condividetelo con chi non ne ha. È interessante notare che si tratta di una risposta estremamente concreta, che richiede una reazione immediata. Siamo nel deserto, lontani dai centri abitati: la gente venuta a farsi battezzare con ogni probabilità non torna subito a casa, ma si ferma lì, per mangiare e per dormire. Chi ha potuto, si è portato da mangiare, e si è portato un paio di tuniche, perché nel deserto al caldo del giorno segue un freddo intenso la notte. Ma c´è anche chi non possiede nemmeno un mantello, e c´è chi non ha soldi per il cibo. Così è come se Giovanni dicesse: non mi interessano i buoni propositi per il futuro. Non basta che tu dica: da domani cambierò vita; i bei progetti lasciano il tempo che trovano. Non aspettare domani, ma mostra subito che vuoi cambiare vita: quello che hai ora, in questo luogo deserto, dividilo con chi ha bisogno. Ecco un frutto degno del ravvedimento: la disponibilità immediata a condividere, e a cambiare vita.
Nella seconda parte troviamo la domanda di due categorie particolari: pubblicani e soldati. Due categorie di "peccatori" di professione: i primi perché complici diretti del potere romano, e poi perché al 99% ladri e corrotti. I secondi sono mercenari al servizio di uno dei tiranni locali vassalli di Roma, oppure direttamente al servizio dell´esercito imperiale: anch´essi sono abituati a soprusi e razzie. E la risposta che Giovanni dà loro è sorprendente. A quei tempi esistevano sostanzialmente due risposte che un uomo religioso avrebbe potuto dare a dei peccatori come questi. I farisei avrebbero detto: abbandona il tuo mestiere, che è incompatibile con la fede ebraica perché ti mette al servizio di pagani impuri e in contatto con loro; osserva la legge, fa digiuni e orazioni e così via. L´altra risposta, ancor più radicale, è quella degli Esseni, comunità monastica che viveva nel deserto e con cui, immaginiamo, sia Giovanni che Gesù avranno avuto dei contatti. L´unico modo per salvarsi, avrebbero risposto gli Esseni, è quello di fuggire dal mondo e ritirarsi, come noi e con noi, a vivere nel deserto, fuori dalla storia, attendendo con pazienza la salvezza divina.
La risposta di Giovanni, invece, è blanda, è una risposta "soft". Il Battista non chiede a pubblicani e soldati di abbandonare la loro professione, ma solo di viverla onestamente, senza approfittare della loro posizione per opprimere gli altri. Ai pubblicani dice di non chiedere più di quanto è dovuto, ai soldati di non commettere estorsioni e violenze, e di contentarsi della loro paga, senza cercare altre fonti di guadagno illecite. Molti hanno criticato le risposte di Giovanni il Battista, come limitate, troppo poco radicali, "conservatrici", ma mi interessa di più sottolinearne gli aspetti positivi. Aspetti positivi che a mio avviso sono due. Anzitutto, mi sembra positivo che proprio Giovanni il Battista, l´eremita che viveva nel deserto cibandosi di cavallette e miele selvatico non proponga una fuga dal mondo. Non si tratta di abbandonare la propria professione, ma di viverla onestamente. Non si tratta di diventare tutti monaci, o preti o pastori, ma di rispondere alla vocazione nella vita quotidiana e nel mondo. Il secondo aspetto positivo, a mio avviso ancor più importante, è quello che abbiamo già detto a proposito della prima risposta di Giovanni, quella alle folle. Anche ai pubblicani e ai soldati Giovanni pone un´esigenza di concretezza e di immediatezza. Il "pragmatismo" di Giovanni sarà pure un limite, ma al tempo stesso è un vantaggio: è come se Giovanni ci dicesse: non aspettate la rivoluzione. Cominciate a fare quel poco che siete in grado di fare, nonostante le contraddizioni "strutturali" in cui vivete. Siete pubblicani o soldati, siete cioè parte di un ingranaggio di ingiustizia, di un sistema iniquo? Bene, cominciate col non trarre un profitto personale dalla vostra posizione all´interno del sistema. Cominciate a rifiutare, nel vostro piccolo, la logica dei favori personali, delle raccomandazioni. Cominciate con il rispettare chi vi sta vicino, e particolarmente coloro sui quali avete un certo potere o coloro che hanno una posizione sociale inferiore alla vostra. È poi così limitato e conservatore questo discorso? È tanto sbagliato vivere onestamente, fare onestamente il proprio lavoro, qualsiasi esso sia, rifiutando "piccoli" compromessi e "favori"? E se ci sforzassimo di non avere "riguardi personali", bensì di rispettare tutti gli esseri umani, non sarebbe una cosa positiva? Non sarebbe, forse, l´inizio di una rivoluzione? "Si osserva un po´ dappertutto una crescente mancanza di solidarietà e di accoglienza, in particolare nei confronti dei più deboli, mentre si diffondono idee di chiusura e di particolarismo. In questo imbarbarimento della vita siamo stati trascinati anche noi". Certo, non è sufficiente impegnarsi a livello della morale individuale, ma occorre intervenire anche e particolarmente nel campo della vita pubblica. Però è altrettanto urgente reagire contro la cultura dilagante del "sono tutti ladri e prepotenti, quindi lo faccio anch´io", nella società, come nell´economia o nella politica. L´invito di Giovanni il Battista è a cominciare subito da noi stessi, praticando la condivisione, rifiutando i profitti illeciti, le raccomandazioni, rispettando la dignità e la libertà di ciascuno.

Fonte: Voce Evangelica

UN GIORNO UNA PAROLA

D I C E M B R E
Versetto del mese:
““...chi di voi cammini nelle tenebre, privo di luce,confidi nel nome del Signore
e si appoggi al suo Dio”
(Isaia 50,10b)


Salmo della settimana: 80

Martedì 10 Dicembre


Il Signore disse a Mosè: «Ecco, io farò davanti a tutto il popolo meraviglie, quali non sono state mai fatte su tutta la terra» (Esodo 34, 10)
Gesù andava attorno per tuta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo (Matteo 4, 23)

Fede è quell’uccello che canta nella notte, quando è ancora buio.
Rabindranath Tagore

Isaia 26, 7; Isaia 45, 1- 8


Preghiera


Signore, insegnaci a confessare il nostro
peccato. Dacci intelligenza, per comprendere
quanto esso sia divenuto parte di
un sistema economico e culturale che
genera miseria.
Dacci compassione per evitare di rimanere
prigionieri del risentimento e della
vendetta dei torti subiti.
Dacci creatività, per trovare i modi possibili
per rimediare ai nostri errori.
Dacci speranza, per scongiurare che il
nostro peccato ci getti nella tristezza e
nella depressione.
Dacci fede, per credere che per quanto
grande sia il nostro peccato,
la tua grazia è sempre e comunque
sovrabbondante, in Cristo Gesù, nostro
Signore.





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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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