01 Agosto 2021
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CALVINO INSOLITO Domenico Maselli - Gli Atti di un convegno fiorentino

19-02-2014 09:55 - News
Qualche tempo fa è stato pubblicato in Francia da «Classiques Garnier» un volume intitolato Calvin Insolite che contiene gli atti di un convegno tenuto a Firenze nel marzo 2009, raccolti dal professor Franco Giacone, cui si deve anche un´introduzione molto illuminante sul contenuto dell´opera e sui risultati più importanti del convegno. Il libro si divide in cinque parti dai titoli molto indicativi: 1) La lingua; 2) La ricezione di Calvino in Europa - Area protestante; 3) La ricezione di Calvino in Europa - Area cattolica; 4) Gli avversari di Calvino; 5) Riflessioni su alcune edizioni di Calvino. Il grosso del lavoro è costituito dalla seconda (132 pp.) e dalla terza parte (80 pp.). Si ha così un quadro preciso delle prese di posizione a favore e contro Calvino, dei suoi contemporanei e dei posteri fino all´800 e si acquisiscono informazioni interessanti e spesso inattese.

È certamente nota l´opposizione di Rousseau alla Istituzione della dottrina cristiana di Calvino, ma accanto a questa presa di posizione, si può leggere una dichiarazione di stima per il riformatore: «Quelli che non considerano Calvino che come teologo, conoscono male l´estensione del suo genio. La redazione dei nostri saggi editti, alla quale egli ebbe gran parte, gli fa altrettanto onore che la sua Istituzione. Qualsiasi rivoluzione il tempo possa introdurre nel nostro culto, finché l´amore della patria e della libertà non sarà estinto tra noi, mai la memoria di questo grand´uomo cesserà di essere in benedizione» (op. complete pag. 382).

Il Calvino di questo libro è «insolito» perché, pur tenendo presente il valore della teologia calvinista, esamina poi altri aspetti della sua opera che sono tutt´altro che secondari e in particolare la sua attività di propagandista e soprattutto di ministro degli Esteri della Riforma protestante. A conferma di ciò si possono considerare il saggio di Gabriel Audisio sui rapporti tra Calvino, il Parlamento di Provenza e i valdesi del Luberon (1540-1560) e quello di Lothar Vogel sulle relazioni esistenti tra Calvino, Lutero e i luterani, e in particolare con Melantone, che costituì il migliore ponte per una presentazione unitaria delle due anime della Riforma. Richard Cooper, invece, presenta gli albori del calvinismo in Inghilterra al tempo di re Edoardo VI e di Maria la Cattolica. Molto interessante è anche l´intervento di Rosanna Gorris Camos, «L´angelo di Lot: Calvino e la duchessa» sul rapporto tra Calvino e Renata di Francia, che si estende poi a sua nipote Margherita, duchessa di Savoia, molto importante per la sua opera a favore dei valdesi delle Valli negli anni burrascosi che precedettero la Pace di Cavour (1561).

L´intervento di Achille Olivieri «Ideologie politiche e calvinisti nell´Italia del Cinquecento. Alla ricerca dell´idea di civiltà» è molto importante perché documenta la persistenza delle idee calviniste nella Venezia del 500-600 e i collegamenti con gli staterelli di formazione signorile nelle Marche.

La ricezione di Calvino in ambito cattolico è studiata in sei scritti, di cui tre destinati a scrittori fortemente anticalvinisti: Guy Bedouelle, sull´anticalvino di Pierre Doré; il secondo, di François Roudant, su Postel e Calvino; il terzo di Claude La Charité sul «convertitore» Jacques Davy du Perron. Gli altri tre rivelano come anche in ambito cattolico il pensiero calvinista, al di là della polemica, venisse affrontato seriamente e con una certa delicatezza. È il caso di Montaigne (studiato da Nicola Panichi), di cui si mette in luce un approccio molto serio che ha punti di contrasto, ma anche convergenze di pensiero con Calvino, per esempio a proposito del purgatorio.

Jean Céard prende in esame il pensiero del gesuita Juan de Maldonado, mostrando come la polemica non trascenda mai e spesso si tratti di un´indagine tenuta sempre ad alto livello. Meraviglia però che l´autore non dica neanche una parola sulla posizione millenarista di Maldonado, che è l´autentico punto di mediazione tra Gioacchino da Fiore e il gesuita settecentesco Manuel De Lacunza, molto studiato durante il Risveglio dell´800.

Particolare interesse mi ha suscitato il saggio di Mireille Huchon «Perfetta idea della nostra lingua francese» ovvero Calvino come cortigiano. La studiosa sostiene che Calvino si è dimostrato, in questo caso, uno scrittore brillante che ricorre a esempi di retorica risalenti all´Apologeticum di Tertulliano. Secondo l´autrice questa epistola potrebbe essere considerata un esempio dello stile dell´umanista Calvino. Huchon esamina le due edizioni del 1541 e del 1560 cogliendo l´evoluzione dello stile e dimostrando come, nella seconda, vi sia una rinuncia a forme vernacolari in favore di uno stile elegante, di corte, ispirato anche dall´influenza di teorici italiani come Bembo e Castiglione che hanno contribuito a fare di un idioma «orale» una lingua degna di un uomo di corte, caratterizzata dalla proprietà di linguaggio e dall´eleganza.

Gli ultimi due capitoli del libro riguardano gli avversari di Calvino suoi contemporanei, sia quelli antitrinitari come Curione, Castellione, Lelio Sozzini, sia quelli cattolici come Panigarola e Jérôme Bolsec. La quinta parte contiene riflessioni su varie edizioni delle opere di Calvino presenti in Italia. È particolarmente interessante per noi apprendere che nel fondo Guicciardini della Biblioteca Nazionale centrale di Firenze vi è più di metà delle 34 edizioni citate e in alcuni casi sono presenti in più di una copia. Certe volte, come protestanti italiani, sottovalutiamo il prodigioso lascito del conte Piero.

In complesso si tratta di un volume prezioso perché contiene un insieme di contributi che ci permettono di capire meglio il grande riformatore e il suo ruolo nel mondo moderno.

(11 febbraio 2014)
UN GIORNO UNA PAROLA
2021
A G O S T O
Versetto del mese
Signore, porgi l orecchio,e ascolta!
Signore, apri gli occhi e guarda!
(II Re 10,16)



Salmo della settimana: 14


Domenica 1° Agosto
A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà (Luca 12,48)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze (Deuteronomio 6,5)
Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo (I Giovanni 4,19)


E’ possibile amare Dio con mezzo cuore? E’ possibile provare un sentimento con solo un pezzo di cuore? Si può immaginare che il cuore sia composito. Effettivamente la tradizione rabbinica dà un suggerimento per certi versi sconcertante: si deve amare Dio sia con l isinto del bene, sia con l istinto del male. Infatti nell’uomo vi è una natura doppia, nel profondo, che lo costringere perennemente a scegliere. Ora, se è chiaro che cosa vuol dire amare Dio con la componente positiva, bisogna capire che cosa significhi amare Dio con quella negativa. Suggerisco che io pratico una forma di amore verso Dio nel momento in cui domino l’istinto del male, indirizzando verso Dio la capacità di dominare la tendenza malvagia.
Benedetto Carucci Viterbi


Matteo 13, 44-46; Filippesi 3, 4b-14; Geremia 1, 4-10









Preghiera




Poiché le tue parole, mio Dio,
non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso,
un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicita,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,
ci investa e ci pervada.
Fa che come fiammelle nelle stoppie
corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla,
contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia

Madeleine Delbrel

COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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