04 Luglio 2020
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"Attualità della Riforma Protestante. Il Tesoro della Chiesa"

02-02-2017 13:24 - Ecumenismo
di Samuele Del Carlo

Parlare di attualità della Riforma protestante oggi, nell´anno in cui molte chiese mettono al centro le celebrazioni per il cinquecentenario dal suo inizio, e persino il Papa vi partecipa in chiave ecumenica, può sembrare relativamente facile. "Ecclesia semper reformanda", la famosa frase di Calvino, è stata sulla bocca di Papa Francesco più volte come citazione implicita, quasi fosse verità assodata, applicata alla chiesa universale. La frase di Calvino era in effetti "ecclesia reformata semper reformanda"; Francesco la riusa applicandola a ogni chiesa, alla Chiesa senza aggettivi. La Riforma è esigenza continua, sempre attuale: è un po´ come ammettere che c´è sempre qualche errore da correggere alla luce della Parola di Dio, che c´è sempre bisogno di conversione, sì, anche per i convertiti, anche per la Chiesa di Dio. Alla fine del Vangelo di Luca Gesù dice a Pietro: "quando ti sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli" (Luca 22,31).
Oggi è ancora più chiaro che la chiesa - qualunque chiesa- non può vivere in una dimensione di staticità e chiusura, di ripetitività autoreferenziale; la riforma sempre necessaria, o mai conclusa, va fatta alla luce del Vangelo.
Eppure vi è qualcosa di profondamente nuovo e diverso nella dimensione sociale odierna delle chiese rispetto a quella del Cinquecento: allora la chiesa era la società, oggi è invece una minoranza, per molti versi in declino nella nostra Europa. Le chiese appaiono ben più chiaramente "vasi di creta", che portano un tesoro (II Corinzi 4,7): sono spesso più vecchie, più povere, più piccole e forse - si spera - più umili. E qual è questo tesoro che esse portano in vasi di terra?
Ci risponde così Lutero con una delle sue 95 Tesi scritte cinquecento anni fa, la 62: "Vero Tesoro della Chiesa è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio".
Non la storia dei nostri meriti o della nostra infallibilità fa la nostra ricchezza, ma semplicemente l´annuncio a noi affidato, della gratuità dell´amore di Dio senza distinzioni, uniformandoci al quale possiamo esserne testimoni. Portare insieme l´annuncio della gloria e della grazia di Dio, non come un possesso di cui essere gelosi o depositari, ma come tesoro offertoci gratuitamente perché lo offriamo gratuitamente al mondo, portare questo tesoro e non noi stessi, non le nostre gloriose storie e strutture, ma anzi nonostante noi e le nostre storie e strutture, la cui gloria svanisce di fronte a quella tanto più alta del Vangelo annunciato ai poveri: questa è la prima e più ardua delle sfide che la Riforma lancia a tutte le chiese oggi forse ancor più efficacemente che allora.
Il "sola Scriptura", cioè la superiorità assoluta del messaggio di Cristo rispetto a ogni nostra successiva interpretazione, aggiunta o incarnazione storica, si identifica con il "solus Christus" e con il "soli Deo gloria" della Riforma: l´oggetto dell´annuncio della chiesa non è se stessa, ma Dio. L´attualità di questo messaggio è tanto maggiore, quanto più ci rendiamo conto che le nostre chiese - tutte - sono nella necessità di chiedere perdono a Dio e al mondo delle proprie inadempienze, per essere state e per essere spesso testimoni imperfetti, talvolta perfino traditori della parola di Dio. Ciò non significa che la chiesa non sia chiamata ad essere testimone per eccellenza della grazia di Dio e anticipo del suo Regno, né che non lo sia stata; significa piuttosto che essa non si identifica con Dio né con il Regno di Dio, che "aspettiamo con pazienza". Il tempo in cui "Dio sarà tutto in tutti" è il compimento di tutte le cose, non questo tempo, nel quale appunto portiamo un "tesoro in vasi di terra, perché sia chiaro che questo non viene da noi, ma da Dio che ci chiama".
Non si tratta di ridimensionare i benefici di Dio alla sua chiesa: si tratta di sottolineare che questi benefici sono di Dio e la gloria, la grazia e il potere vanno a lui. Già San Francesco d´Assisi aveva espresso pienamente questo concetto nell´incipit del celebre Cantico delle Creature: "Altissimo, Onnipotente, bon Signore, tue so´ le laude, la gloria et l´honore, et onne benedictione. Ad Te, solo Altissimo, se confàno, et nullu homo ène dignu Te mentovare". La chiesa deve camminare perciò con umiltà e gratitudine, esercitando l´amore e la misericordia piuttosto che il giudizio e la condanna nei confronti dei suoi membri, di tutti gli esseri umani e di tutto il cosmo.
Se c´è dunque un´attualità nel messaggio dei riformatori per i cristiani tutti, una lezione e un monito da ascoltare oggi, essa risiede nel Vangelo e nel metterlo al di sopra delle molte cose che lo avevano sovrastato (o lo sovrastano?) o in alcuni casi perfino contraddetto, nel sottolineare che è nell´umiltà della sequela del Vangelo così come è, e non nel vanto di poteri affidatici, che risiede la nostra elevazione e missione.
Il Vangelo è anche strumento di unità, perché il Nuovo Testamento è identico per tutte le chiese senza distinzioni di sorta. Studiarlo insieme, leggerlo insieme, pregare insieme con esso, applicarlo insieme, ripartendo da lì, significa testimoniarlo uniti, riscoprire la fonte della nostra unità. Significa anche "rinascere di nuovo".
"Soli Deo gloria", "solus Christus", Sola scriptura", ma anche "sola fide", perché è la fede di ciò che non si vede che sposta le montagne, mentre la fede di ciò che si vede, non è fede. La fede nella parola di Cristo, e non nelle nostre contingenze storiche (pur rispettabilissime e bellissime), genera l´unità. La rinuncia a se stesse e la sequela di Cristo valgono anche per le chiese. E se la sfida ecumenica è quella del nostro tempo, è vitale questa base solida e identica.

"Sola gratia". Dire che solo la grazia può salvare, e non la nostra bontà, non significa soltanto dire che solo Dio è veramente buono. Significa anche dire che nessuno può sapere chi non sia salvato, che nessuno può legiferare sul destino di un altro uomo, che non esistono "chiavi" in questo senso: è una rivoluzione. Né l´autoritarismo istituzionale di una chiesa né l´omologazione fondamentalista possono nulla di fronte all´esclusività di Dio di determinare la nostra salvezza: stando così le cose, diventerà impossibile scomunicare anche un solo essere umano da parte di un uomo o di una chiesa. C´è anche un limite in questa visione, ed è quello di poter pensare che Dio possa escludere qualcuno per suo arbitrio. Oggi nessuna chiesa riformata pensa più esattamente ciò, ma tutte conservano questo elemento fondamentale: la salvezza appartiene a Dio, sul destino degli uomini non è lecito a nessuna chiesa pronunciarsi con scomuniche, esclusioni o elargizioni particolari di benefici, sgravi, meriti, condoni o raccomandazioni. Essere corpo di Cristo non significa sostituirsi a lui, ma viverlo, trasformarsi in lui e non il contrario; attraverso il "ministero dello Spirito", che non è quello della condanna, ma della giustificazione; scritto non su tavole di pietra (né su libri o altri documenti) ma nei cuori di coloro a cui facciamo l´annuncio, un annuncio di grazia; il giudizio appartiene solo a Dio.
Ecco dunque, accanto alla centralità del Vangelo della grazia di Dio, alla sovranità di Dio, che ben riassume il nucleo della Riforma e la sua attualità, l´altra grande lezione dei riformatori, che ne consegue, e che è una rivoluzione teologica e sociologica: la parità di fronte a Dio unico sovrano, il sacerdozio universale, la libertà degli uomini. Perché "dove c´è lo Spirito, c´è libertà"! Questa lezione non è proprietà di alcune chiese riformate, ma appartiene a tutta la chiesa e a tutti gli esseri umani, a tutto il cosmo, e ci auguriamo che tutti i cristiani insieme possano condividerne una attuazione mai completamente avvenuta, nei modi e nelle forme peculiari a ogni chiesa, ma nel cammino a marce forzate verso l´unità autentica dei testimoni del Vangelo di Cristo di fronte al mondo.

UN GIORNO UNA PAROLA

2020

L U G L I O
Versetto del mese:
L’angelo del Signore tornò una seconda volta,
toccò Elia, e disse:
«Alzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te»
(I Re 19, 7)



Salmo della settimana : 106, 1-23

Sabato 4 Luglio

Il Signore dice: «Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi» (Levitico 26, 9)
Tutte le promesse di Dio hanno il loro «sì» in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l’Amen alla gloria di Dio (II Corinzi 1, 20)

Noi diciamo Amen. E ciò rimane vero per sempre, poiché in tutto e per tutto noi siamo consacrati/e al Nome che ci vince con l’amore; e perciò noi siamo uniti/e gli uni alle altre.
Ermuth Dorothea von Zinzendorf

Giona 3, 1-10; I Re 13,11-34




Preghiera


Signore,
nella nostra stanchezza poni su di
noi la tua mano che ridona vigore;
Fa’ soffiare il tuo Spirito che dona
vita nuova.
Non lasciare che la nostra
Esistenza si spezzi in mille
Frammenti e disperda il suo senso
In mille incombenze quotidiane.
Donaci di udire ogni giorno
di nuovo la tua chiamata a
seguire i tuoi passi sul cammino
della nostra esistenza e donaci
di saperci rispondere con fede,
speranza e amore.
Con te, Signore, c’è sempre una
parola nuova da imparare,
nuova speranza in cui
porre fiducia. La nostra vita
sia un grazie a te, un canto di
riconoscenza per la tua grazia, il
tuo perdono la tua salvezza. Nel
nome di Gesù. Amen




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COMMENTO AL VERSETTO

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22

Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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