21 Maggio 2018
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«Allah Akbar»?

15-05-2018 15:07 - News
Due attentati a distanza di pochi giorni con uomini armati di coltello hanno colpito l´Aia lo scorso 5 maggio e solo sabato sera la Francia

«Era schedato dall´intelligence nell´elenco dei profili da sorvegliare», scrive oggi la Repubblica nell´articolo che riporta l´attentato avvenuto sabato sera in Francia nel riferirsi all´uomo che ha assalito con un coltello cinque persone nel centro di Parigi, uccidendo un ragazzo di ventinove anni.

«Non aveva precedenti penali, ma era nel mirino dei servizi segreti prosegue l´articolo su repubblica.it come sospetto islamista. Si chiamava Khamzat Azimov. Nato nel 1997 in Cecenia, l´assalitore aveva 21 anni e aveva ottenuto la cittadinanza francese. I suoi genitori, residenti a Parigi, sono in stato di fermo. [...] Secondo il procuratore anti-terrorismo François Molins, l´assalitore ha gridato "Allah Akbar"».

Siamo abituati ad articoli che per stare sulla notizia riportano informazioni frettolose, talvolta esatte e talvolta no, com´è successo con l´attentato a L´Aia e dove l´assalitore, definito terrorista islamico, in realtà non lo era.

Riportiamo l´intervista realizzata da Sabika Shah Povia per il sito Carta di Roma (della quale la Federazione delle chiese evangeliche in Italia Fcei è membro fondatore e siede nel direttivo) ad una testimone oculare dell´episodio, avvenuto nove giorni fa.

Lo scorso 5 maggio tre persone sono state ferite da un uomo armato di coltello a l´Aia (Olanda) vicino alla stazione. Secondo le informazioni riportate dai media italiani, l´uomo avrebbe gridato «Allah Akbar» mentre tentava di accoltellare i passanti.

Una notizia inesatta, dunque, seppur le forze dell´ordine olandesi avessero immediatamente smentito che l´aggressione potesse avere le caratteristiche di un attacco terroristico. L´uomo era già noto per i suoi disturbi psichici.

Laura Lepri, di 19 anni, è originaria di Roma studia e vive a l´Aia. Quel giorno era a qualche metro di distanza dalla persona che ha tirato fuori il coltello e aggredito i passanti.

Che cosa è successo esattamente quel giorno?

«Era la festa della liberazione (conosciuta anche come Giornata della Libertà, celebra la liberazione degli olandesi dal nazifascismo, ndr) e c´era tanta gente per strada. Io e mia madre eravamo sedute su una panchina quando un uomo ci è passato davanti a qualche metro di distanza e ha tirato fuori un coltello lanciandosi contro un passante in bicicletta».

Ti sei spaventata?

«All´inizio non ho realizzato cosa stesse accadendo. Mi sembrava una rissa tra due conoscenti, ho comunque avvisato la polizia».

Hai sentito l´uomo gridare «Allah Akbar»?

«L´uomo non ha mai gridato "Allah Akbar". Era così vicino che se avesse detto qualsiasi cosa lo avremmo sentito. Le uniche grida che abbiamo udito erano quelle delle tre vittime».

L´attentatore era musulmano?

«Aveva uno di quei piccoli copricapo bianchi che spesso indossano gli uomini musulmani per pregare. Credo di sì».

Cos´hai pensato quando hai letto la notizia sui giornali?

«In Italia molti quotidiani nazionali hanno riportato la notizia includendo un "dettaglio", il grido che avrebbe pronunciato quell´uomo: "Allah Akbar". E l´hanno fatto nei titoli d´apertura. Un "dettaglio" che non è mai stato confermato. Invece, hanno omesso un fattore importante: il disturbo psichico dell´uomo, immediatamente confermato dalla polizia olandese. Credo si sia trattato di un modo di fare giornalismo poco professionale».

I giornali olandesi hanno raccontato il fatto in maniera differente?

«In Olanda i quotidiani e le testate televisive e radiofoniche non associano, quasi mai, questi atti al cosiddetto "terrorismo islamico", se non dopo lunghe e accurate analisi dei fatti e dopo aver ottenuto le prove necessarie fornite dalle indagini. Nei giornali olandesi si è parlato principalmente di uno squilibrato che ha accoltellato tre persone».

Qual è la cosa che ti ha contrariata in questa vicenda?

«Che i giornali italiani abbiano contribuito a soffiare fuoco su un sentimento pericoloso, l´islamofobia; già troppo presente nel nostro Paese. Verso l´Islam ci sono molti pregiudizi e i musulmani, di conseguenza, sono percepiti come pericolosi. Nel caso di cronaca citato non era necessario specificare la religione o l´etnia dell´aggressore; che tra l´altro è un uomo di trentun anni e cittadino dell´Aia... È come se i giornali fossero sempre in competizione. Una gara a chi riesce a far uscire la notizia sensazionalistica per primo, anche quando non si hanno le prove, né la certezza di quel che si pubblica. Un modo di fare informazione che non tiene conto delle conseguenze. A volte, parrebbe, avviene ad esempio nel web, interessano più i click degli utenti che il diffondere una corretta informazione. Questo modo di comunicare foriero di odio e di razzismo non aiuta nessuno».

L´intervista è stata realizzata per l´Associazione Carta di Roma grazie alla collaborazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei)


Fonte: Riforma.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

SABATO 19 MAGGIO

Egli guarisce chi ha il cuore spezzato e fascia le loro piaghe (Salmo 147,3)

Gesù li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione (Luca 9,11)

Tu sei il pastore che porta le pecore deboli, portami nelle nelle tue braccia. Tu sei il medico che si prende cura dei malati, vieni a me nella tua misericordia. Io sono in verità debole e malato; vieni a me, porgimi la tua bevanda di vita, donami ristoro con la tua benedizione.

Joachim Neander

Giovanni 16,5-15; Ebrei 9,16-28

PREGHIERA

Il Cristo vivente è con noi e con
tutta l’umanità,
tutti i giorni fino alla fine dell’età
presente.
Camminiamo in pace, nella
forza della fede, nella solidarietà
dell’amore e nella gioia della
speranza, e la pace di Dio ci
custodisca, ora e sempre. Amen.

IL SERMONE DI STEFANO

Marco 1,14-20

domenica 21 gennaio 2018 - Omelia presso la Cattedrale di Lucca durante la SPUC

"Convertitevi e credete al Vangelo". Care sorelle e cari fratelli, convertirsi significa cambiare rotta decisamente, in modo drastico, come sanno bene i navigatori che oggi usiamo nelle nostre auto e che insistono quando sbagliamo strada: "fare inversione di marcia appena possibile".

E spesso consideriamo questa conversione in relazione ad una cattiva abitudine, che chiamiamo peccato.
Ma qui l´vangelo di Marco presenta un cambiamento di rotta per andare verso qualcosa di bello, anzi di bellissimo, che attrae e che che conquista:
La persona di Gesù.

Queste sono le prime parole della predicazione di Gesù in Marco.
Giovanni il battista è fermo, prigioniero: Gesù al contrario cammina, inizia il suo movimento e il suo ministero. Dicendo: il tempo è compiuto, il regno è vicino.
Convertitevi, e credete al vangelo, cioè alla buona notizia, una buona notizia che si capisce subito, ha molto a che fare con questo giovane uomo che predica, anzi, lui è la buona notizia. Se ne accorgono ben presto le persone che lo seguono.
Tra queste persone ci sono i primi quattro discepoli, che lui chiama mentre sono immersi nella loro normale vita quotidiana di pescatori della Galilea.
Interessante che un simile invito ci venga rivolto in questa domenica nella settimana di preghiera per l´unità dei cristiani: occasione per cui mi trovo qui, in questa chiesa che è il cuore della Diocesi di Lucca: grazie vescovo Italo, grazie don Mauro Lucchesi per l´invito e per l´accoglienza.
Che cosa può dirci questo vangelo di oggi a livello ecumenico? Vi propongo tre percorsi di riflessione.

Il primo: cosa vuol dire convertirsi in senso ecumenico? il nostro ecumenismo ha bisogno di conversione? Qualcuno ha detto - don Mauro me lo ha ricordato ieri sera - che noi cristiani delle diverse chiese siamo come i raggi di una ruota, e al centro c´è Cristo. Più ci convertiamo insieme, e più andiamo verso il centro della ruota.
La conversione non è un movimento disordinato o a zig-zag che ci porta in direzioni diverse, come le nostre divisioni hanno fatto nei secoli: la conversione è un´esperienza tanto spirituale quanto umana che ci porta per forza verso il centro della nostra comune fede, che è Cristo.
E quel vangelo, quella buona notizia a cui Cristo ci invita a credere, è la stessa buona notizia per noi tutti e tutte: la buona notizia di un Dio follemente innamorato dell´umanità che ci cerca, ci perdona, ci ama, ci salva.
In senso ecumenico convertirsi significa fare la stessa strada verso Dio, rinunciare insieme a ciò che ci rallenta in questo cammino, come i pregiudizi, la scarsa conoscenza tra di noi, la paura infondata di contaminarci. Convertitevi e credete all buona notizia.

La seconda riflessione: cosa vuol dire seguire Cristo in senso ecumenico?
in che modo lo seguiamo? facciamo a gara per vedere quale chiese sia la più brava? lo seguiamo perché nessuno in fondo è bravo a seguirlo come noi? o come due amici seduti in riva al lago, cerchiamo di pescare più uomini dell´altra chiesa, di convertire più fedeli degli altri?
O non è in fondo anche questo un segno di unità? seguire Cristo: quante storie di vita e di fede sono presenti qui oggi in ciascuno e ciascuna di noi. Storie vere, vissute, fatte di certezze e di dubbi, di gioie e di dolori, tutte accomunate dall´esperienza di aver voluto un giorno seguire questo Gesù.
In senso ecumenico seguire Cristo significa di nuovo caminare insieme, anche se per sentieri diversi, dietro alla stessa identica persona. Dietro, e non davanti, antica tentazione di tutti, specie dei ministri delle chiese. A ragione le nuove traduzioni della Bibbia preferiscono tradurre "venite dietro a me" invece del classico "seguimi". Non si sa mai.

Terza riflessione: è curioso che la chiamata sia rivolta ai primi quattro discepoli mentre si trovano su due barche diverse, anche se in fondo si fa la stessa cosa, lo stesso mestiere di famiglia.
La barca è un antico simbolo della chiesa. Forse mi azzardo forzando il testo, ma penso alle nostre barche, alle nostre chiese.
E poi, altra curiosità o coincidenza, su queste barche si trovano Simon-Pietro, Andrea, Giovanni, grandi protagonisti nella compagnia dei dodici, e per alcuni teologi simbolo Simon-Pietro dei cattolici, Andrea degli ortodossi, Giovanni dei protestanti (anche se altri giustamente propongono Paolo piuttosto che Giovanni). Può suonare strano, ma per seguire Cristo devono lasciare la loro barca. Non fraintendermi: non è un invito a lasciare le nostre chiese, ma piuttosto questo lasciare la barca sembra dirci di non fare della propria chiesa una realtà assoluta e dominante, l´unica vera barca che esista, quella più barca delle altre barche, più chiesa delle altre chiese.
E´ un´altra la barca alla quale Gesù li chiama, una barca che attraverserà i secoli, fatta da diversi ambienti, con diverse vele, pronta ad accogliere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, in ogni tempo, con il miracolo più grande di tutti: al governo della barca ha lasciato noi, che rispetto a Dio è come lasciare il timone in mano a certi capitani della Costa Concordia. Eppure siamo arrivati fino ad oggi, perché in fondo al timone c´è sempre stato lui, a soffiare sulle vele c´è sempre stato lo Spirito, nonostante i nostri calcoli e i nostri errori di navigazione.
Più abbandoniamo la presunzione di essere nella vera barca, e più diventiamo insieme equipaggio dell´avventura più straordinaria della storia: quella di un Dio che si fa uomo, e che facendosi uomo ci apre l´orizzonte della salvezza e della speranza. A questo servono le nostre barche, le nostre chiese: ad essere il luogo, le comunità dove gustiamo e condividiamo questa avventura.

Care sorelle, cari fratelli,

insieme riconosciamo che il tempo è compiuto, perché quel tempo ha cambiato le nostre vite e trasfigura ancora oggi il nostro tempo. Sul piano ecumenico resta ancora qualcosa di incompiuto: noi oggi abbiamo condiviso l´ascolto e l´annuncio della Parola, ma non possiamo celebrare insieme l´eucaristia. Questo segno incompiuto ci sprona a lavorare e pregare ancora perché un giorno sia possibile.
Insieme ci convertiamo ancora, giorno dopo giorno, e il nostro conoscerci e camminare insieme è un aiuto importante per la nostra conversione: proprio in questa settimana verrà definito l´atto fondativo di un centro Ecumenico qui a Lucca, che porterà il nome di due testimoni del vangelo: il vescovo Giuliano Agresti e il pastore Domenico Maselli.
Insieme riconosciamo che il regno è vicino, e insieme siamo mandati a dirlo al mondo, al quale in un certo senso dobbiamo restituire e raccontare il nostro cammino verso l´unità come garanzia e testimonianza della nostra fede: unità a partire dalle nostre differenze, o meglio nonostante le nostre differenze.
Insieme lasciamo le nostre barche e riconosciamo di far parte di una barca più grande, che annuncia la buona notizia di un Dio che abbatte i pregiudizi e le separazioni della storia per fare di noi, parti diverse di una sola realtà, il corpo di Cristo presente oggi nel mondo e nella storia.

Amen!

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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