26 Novembre 2020
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AMICI DI DIO (LUCA 1,1-4)

23-08-2016 09:27 - TEMPO DELLO SPIRITO
Caro Teòfilo, molti prima di me hanno tentato di narrare con ordine i fatti che sono accaduti tra noi. I primi a raccontarli sono stati i testimoni di quei fatti che avevano visto e udito: essi hanno ricevuto da Gesù l´incarico di annunciare la parola di Dio. Anch´io perciò mi sono deciso di fare ricerche accurate su tutto, risalendo fino alle origini. Ora, o illustre Teòfilo, ti scrivo tutto con ordine, e così potrai renderti conto di quanto sono solidi gli insegnamenti che hai ricevuto (Luca 1, 1-4).

I primi quattro versetti del Vangelo di Luca vengono spesso saltati. Non vengono ricordati, non sono memorabili. Dei vangeli ci ricordiamo Gesù che cammina sulle acque, che moltiplica i pani e i pesci, che dice "Beati i poveri", che muore sulla croce. Ma le prime parole di Luca non le ricordiamo: la dedica a Teofilo, la dichiarazione d´intenti, la presentazione del vangelo. Ci sembrano questioni di forma. Come nelle lettere che riceviamo, scorriamo i convenevoli per andare al dunque, all´oggetto vero e proprio dello scritto. E questo è un errore, in generale e in particolare.
In generale, perché i convenevoli, la buona educazione non sono semplicemente forma. Dire ad una persona "Ciao, come stai?" non è, o comunque non deve, essere una frase di circostanza. Ed è un errore nel particolare dei versetti che abbiamo ascoltato, perché anche queste parole introduttive sono piene di sostanza. Ci dicono qualcosa di molto importante.
Intanto la dedica. Luca dedica il suo vangelo a Teofilo. Non sappiamo chi sia questo Teofilo, lo ritroviamo nella dedica dell´altro libro di Luca, gli Atti degli apostoli. Sappiamo però che Teofilo non era un potente, altrimenti ne avremmo sentito parlare. Gli scrittori dell´antichità dedicavano i propri scritti ai potenti, per accattivarsene il favore o comunque per dare un certo risalto alla propria opera. Luca no, Luca dedica il suo Vangelo a un suo discepolo, non ad un potente. E questo la dice lunga sul valore dei vangeli.
Un´altra cosa che osserviamo dalla dedica è che Teofilo in greco significa "amico di Dio". Pertanto potremmo pensare che quel Teofilo cui Luca dedica il vangelo siamo in realtà noi, ognuno e ognuna di noi che ama Dio.
Quando leggiamo il vangelo di Luca, ma anche la Bibbia nel suo complesso, dobbiamo comprendere che queste parole non sono state scritte per qualcuno vissuto chissà dove, vissuto chissà quando. Queste parole sono state scritte per noi.
Luca ci dice perché ha scritto queste cose per Teofilo. "Perché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate". La certezza. Questo è il secondo punto importante su cui vorrei attirare la vostra attenzione. Il primo, ricordiamocelo, è che la Parola di Dio è per noi. Il secondo, la certezza. Cos´è la certezza? Diceva Lorenzo il Magnifico "Di doman non c´è certezza". La certezza è una cosa molto rara. Noi non siamo certi di nulla. Una volta c´era il posto fisso, che più o meno era certo; una volta se studiavi avevi uno sbocco sicuro, salivi la scala sociale: oggi non è più così, non abbiamo più certezze. E la rabbia di non aver più certezze ci spinge a cercare disperatamente un nemico. La pratica dell´intolleranza e della discriminazione, sono segni che la nostra società è in cerca di certezze, fossero anche gravide di violenza e ingiustizia.
Luca ci parla di certezza. Qual è la nostra certezza? Qual è quella certezza che ci viene dall´ascolto, anzi, dalla frequentazione della Parola di Dio? Quella certezza si chiama Gesù Cristo. Credo che se nell´ambito di una chiacchierata con gli amici sull´incertezza e l´inquietudine dei nostri tempi, qualcuno di voi dicesse che la sua unica certezza si chiama Gesù Cristo, sarebbe preso per un tipo strano. Eppure è così.
Cosa significa che Gesù è la nostra unica certezza? Significa anzitutto che almeno una certezza nella vita ce l´abbiamo e che questa non è la morte, ma la sconfitta della morte. Siamo certi di una cosa lieta. Il Signore Gesù ha condiviso con noi la nostra umanità, fino alle estreme conseguenze, fino alla fine, e, per la potenza dello Spirito Santo, ha annullato questa fine. La nostra vita non finisce con la morte. Gesù ha vissuto come noi ed è morto come moriremo un giorno noi, ma a differenza di noi e per noi è risorto, così che anche noi resusciteremo. Questa è la nostra certezza, questa è la certezza che Luca vuole che noi acquisiamo dalla lettura del suo vangelo.
Le parole iniziali del vangelo di Luca possono sembrare formali o poco interessanti. Invece, sin dall´inizio ci dicono una cosa che nessun altro ci dice, nessun altro libro che abbiamo letto, nessun´altra persona che noi conosciamo, nessun programma televisivo che noi guardiamo. Questa cosa è che noi abbiamo un futuro. Un futuro che ci è stato preparato con amore da Gesù. Un futuro non di morte, ma di vita e di vita eterna.
Ecco, oggi siamo qui, come fratelli e sorelle, anzi come "teofili", cioè come amici di Dio, perché sappiamo che questo annuncio formidabile dobbiamo darlo e dobbiamo viverlo. Abbiamo un futuro in Gesù Cristo: questa è la nostra certezza.

Fonte: Voce Evangelica
UN GIORNO UNA PAROLA
2020

N O V E M B R E
Versetto del mese:
“Vengono piangenti e imploranti; li guido,
li conduco ai torrenti, per una via diritta
dove non inciamperanno”
(Geremia 31,9)




Salmo della settimana : 126



Giovedì 26 Novembre

Dio nostro, noi ti ringraziamo, e celebriamo il tuo nome glorioso (I Cronache 29,13)
Ringraziate continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo (Efesini 5,20)

Per ringraziare Dio dei suoi benefici bisogna investire almeno altrettanto tempo di quanto si è impiegato a chiederglieli.
Vincenzo de’ Paoli

I Tessalonicesi 5, 9-15; II Pietro 3, 10-18




Seguire Gesù,
ascoltando la sua voce

commento a Marco 6, 34
"Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose"


Il versetto ci introduce al racconto della moltiplicazione dei pani. È evidente che Marco vuole sottolineare due cose. Da una parte le molte persone, gregge disgregato (mi si scusi il bisticcio!), pecore disorientate, senza meta né scopo. Non c è un pastore, non ci sono punti di riferimento. Dall altra Gesù, solo, che ne ha compassione. Il verbo che esprime questo stato d’animo significa alla lettera “sentirsi muovere le viscere”. Diremmo “sentire stringere il cuore”.
Quante volte la Bibbia – che risale a tempi in cui l’agricoltura e la pastorizia erano al centro della vita – paragona Dio ad un pastore premuroso e attento e Israele ad un gregge più o meno obbediente ai suoi richiami. Ci vengono in mente il Salmo 23 e le immagini del Vangelo di Giovanni dove Gesù dice: Io sono il buon pastore.
Gesù ci invita a seguirlo ascoltando la sua voce. E nel racconto che segue, non solo “insegna molte cose”, ma sa nutrire materialmente. Questo nutrimento passa attraverso i suoi discepoli, che pur esitanti, riescono a trovare del cibo, a portarlo a Gesù che, con le sue parole, le sue richieste, i suoi inviti, coinvolge la folla e fa sì che tutti siano saziati.
Molti si son posti e si pongono tuttora come capi, guide, arringatori di folle, risolutori dei problemi dell’umanità. Si sentono pastori, ma – dice Gesù – sono estranei, mercenari, ladri, briganti. Non sono interessati alle persone, non gli si stringe il cuore, amano solo il potere.
Quanti milioni di pecore senza pastore, oggi! I clandestini che si accalcano sulle nostre spiagge per sfuggire alla fame, i profughi che per non morire sotto le bombe finiscono intruppati in campi senza speranza, le migliaia di disoccupati che cercano di sopravvivere con le loro famiglie, gli afroamericani che reclamano i loro diritti.
Sta a noi, la chiesa del Signore, testimoniare la misericordia di Gesù ed essere coloro che “danno da mangiare”, materialmente e spiritualmente ai milioni di persone che sono greggi senza pastore.

Emmanuele Paschetto






Preghiera


Ai tuoi piedi, Signore,
esponiamo il carico pesante
delle nostre perplessità, dei nostri affanni.
Attendiamo da Te sostegno, conforto e guida.
Soccorri coloro che sono nel bisogno,
consola quanti sono
variamente afflitti ed affretta
l avvento del Tuo Regno
di amore e di pace
su tutta la terra.
Amen
pst. M.Affuso


COMMENTO AL VERSETTO
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo
Galati 5, 22
Diceva Martin Lutero: «Dove Dio ha costruito una chiesa, il diavolo costruisce anche lui una cappella». È vero. Il diavolo si fa sentire. E come. Siamo soliti ascoltare le cose negative intorno a noi, anche se le cose positive sono presenti. Per una ragione o altra quelle negative lasciano un segno profondo. Già per questo la vecchia abitudine di imparare a memoria questa frase dell’apostolo Paolo è un consiglio più che buono. Riporta in primo piano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito, al singolare. Le nove parole insieme formano il frutto dello Spirito. Non se ne possono scegliere alcune, e lasciarne da parte altre. Sono come gli spicchi di un mandarino, insieme formano il mandarino. Insieme questi spicchi formano il frutto dello Spirito.

Il frutto dello Spirito. Un frutto ha bisogno del tempo per crescere. Inoltre non cresce da solo. Grazie a Dio il frutto cresce. Ma questo non toglie la nostra responsabilità. Dal seme al frutto. Su molte cose non possiamo incidere più di tanto, penso al sole o alle tempeste ma possiamo comunque annaffiare, fertilizzare, potare.

Si può parlare del fattore Dio e del fattore umano con il frutto dello Spirito. Il fattore Dio implica che il frutto è in definitiva un dono di Dio, che è lo Spirito che permette al frutto di crescere nella tua vita. Ma il fattore umano è che ti concentri consapevolmente su quel frutto, che rimuovi gli ostacoli, che togli le erbacce, che dai l’acqua quando serve, etc.

Quando il frutto dello Spirito fiorisce nelle nostre vite, questo è in primo luogo un dono di Dio, ma anche i nostri sforzi hanno un loro ruolo. Dio ci vuole partecipi nel suo Regno.


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