25 Luglio 2017
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Una chiesa è libera se è autosufficiente

29-06-2017 09:11 - appunti del moderatore
Il punto con il moderatore Bernardini sul percorso avviato di fundraising

Il calo delle contribuzioni dei membri di chiesa e dei simpatizzanti è da anni al centro delle riflessioni delle chiese valdesi e metodiste, alle prese con una lenta ma progressiva erosione delle risorse. Ciò comporta un continuo esercizio di razionalizzazione e di riorganizzazione, condizione che deve però subire un´inversione di rotta per non accentuare le sofferenze che già si registrano in alcune realtà. Anche per questi motivi gli organismi esecutivi stanno valutando nuovi strumenti, fra cui il percorso formativo volto ad avviare giovani alla professione di fundraiser, raccoglitore di fondi. Un progetto voluto da Tavola valdese e Commissione sinodale per la diaconia per aggiornare competenze e modalità di azione all´interno delle comunità. Ne abbiamo parlato con il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini.

Fundraising, una novità per le chiese valdesi e metodiste?
«Il termine inglese fundraising significa raccolta fondi per cui no, non è una novità per il nostro mondo. Le contribuzioni volontarie dei fedeli, degli amici, dei sostenitori, sono un tratto identitario fondamentale di tutto il protestantesimo e il mondo evangelico, perché rendono la chiesa libera nella sua missione nel mondo, senza padroni cui rispondere. Da questo punto di vista non si può dire che sia una novità. La novità è il metodo. Ci siamo resi conto oramai da tempo di essere in affanno su questo aspetto così fondante della nostra chiesa, e al contempo abbiamo compreso di utilizzare metodi antichi, che hanno funzionato benissimo in una determinata cultura e società, più stabile. Nel nostro tempo, in una società più "liquida", la fedeltà contributiva è entrata in crisi, quindi abbiamo ritenuto necessario sperimentare nuove vie».

Otto per mille e contribuzioni, due piani differenti?
«Totalmente. Quando ci fu il lungo e tormentato dibattito relativo all´accettazione o meno dell´otto per mille dell´Irpef, si discusse anche molto sull´aspetto delle contribuzioni volontarie dei membri di chiesa, perché abbiamo sempre ritenuto che le organizzazioni ecclesiastiche dovessero autofinanziarsi. Quando infine venne presa la decisione di accettare l´otto per mille, la scelta di non usare un centesimo per attività di culto fu la logica conseguenza delle nostre posizioni storiche. Ecco perché con l´otto per mille finanziamo progetti umanitari in Italia e nel mondo, fra cui anche le opere diaconali delle nostre chiese (che però continuano tutte a mantenere nel bilancio una quota significativa proveniente da donazioni), ma nulla viene utilizzato per il mantenimento del nostro apparato».
Un apparato che però costa...
«Certo. Dobbiamo riconoscere che negli ultimi dieci-vent´anni segniamo un po´ il passo, senza risorse economiche la missione della chiesa non può andare avanti. Si vive anche di sistemi organizzativi, di personale, di pastori, le risorse sono necessarie, da qualche parte bisogna reperirle. Nella volontà di rimanere nel solco della raccolta volontaria, la cosa principale è motivare le persone al dono, alla contribuzione funzionale alla sopravvivenza della chiesa. Rendere nuovamente chiaro che la gioia dell´appartenenza si manifesta anche contribuendo alla gestione delle nostre mura, delle nostre strutture, degli stipendi dei nostri pastori».

Il modello è quello delle realtà anglosassoni, e più vicino a noi, della Chiesa avventista, anche in Italia, che da anni sta ragionando in tal senso. A chi vi siete ispirati?
«Un po´ a tutti questi soggetti. Abbiamo fatto ricerche, ci siamo confrontati con esperienze all´estero. Ogni paese ha la propria tradizione e una propria cultura economica e fiscale. In Italia è più difficile far comprendere la necessità della responsabilità personale perché non fa parte della nostra cultura verticistica, in cui ci si aspetta la soluzione da chi sta in alto, sia esso lo Stato e la chiesa. Ecco, noi scontiamo questa tradizione. Ci siamo quindi rivolti alla Chiesa avventista in Italia, più avanti di noi su questi ragionamenti, che da anni organizza corsi di fundraising, e abbiamo avviato una collaborazione».

Che cosa hanno fatto e che cosa faranno i cinque ragazzi che stanno partecipando al progetto?
«Intanto abbiamo voluto dare una rappresentanza su tutto il suolo italiano, perché anche il nostro paese è diversificato, anche dal punto di vista della comprensione e della capacità di raccogliere fondi. Il corso di quest´anno credo abbia raggiunto gli obiettivi, offrire ai ragazzi e ragazze un quadro generale di esperienze e la possibilità di incrementare e razionalizzare la raccolta fondi delle nostre chiese anche con semplici strumenti statistici come un´anagrafe razionale dei membri di chiesa, degli amici, dei sostenitori. Altro punto fondamentale è quello della corretta comunicazione, comunicare bene perché si raccolgono denari per fornire una motivazione più consapevole ai nostri interlocutori. Nulla di rivoluzionario, però un uso più razionale della comunicazione, delle informazioni, per migliorare un sistema che alla base già abbiamo e conosciamo. L´anno prossimo sarà di verifica su questa formazione, con progetti concreti per migliorare la raccolta fondi a livello di chiese locali e di istituzioni diaconali».

Non è tutto nero all´orizzonte quindi...
«Io continuo a considerare un miracolo quello che avviene annualmente, che migliaia di persone con contribuzioni più o meno regolari in base alle disponibilità portino qualche milione di euro alle nostre chiese, necessari per continuare a esistere, a evangelizzare, a svolgere la nostra missione nel mondo. Ma il calo è sotto gli occhi di tutti. Per questo ci dotiamo di altre modalità di azione, senza ansie né manie persecutorie, sempre nel solco del nostro spirito di grande libertà, in cui ciascuno in cuor suo deve decidere la misura del dono. Ci preoccupiamo soltanto di spiegare bene l´uso che facciamo del denaro ricevuto, nella speranza soprattutto di motivare le nuove generazioni che hanno un po´ perso questa importante consapevolezza».

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 25 LUGLIO

Tu hai preservato l´anima mia dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi da cadute
(Salmo 116,8)

Epafròdito è stato ammalato, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore (Filippesi 2,27)

Io so di certo che Dio mi ama di cuore, anche se ora sono in grande pena e non vedo come mi si potrebbe aiutare. Ma Dio può fare miracoli. Li farà, perciò voglio pregarlo e credere che mi ascolta e mi salva.
Martin Lutero


Atti degli apostoli 2,32-40; Filippesi 3,17-21

PREGHIERA

Signore, grazie perché ci sveli i
meccanismi perversi dei quali
cadiamo vittime e che, senza
rendercene conto, perpetuiamo.
Grazie perché ci offri
un’alternativa. Grazie perché ci
rendi capaci di rifiutare le violenze
e gli stessi modelli maschili che
le propongono. Grazie perché in
Gesù Cristo ci hai donato l’unico
modello che ci può salvare. Amen.

Il Vangelo ci parla

Esodo 20,4-6 (parte seconda)

di Lothar Vogel

«Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l´iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.»

Nell´interpretazione del Primo comandamento nel Grande catechismo di Lutero, che è al centro di questa serie di meditazioni, il divieto delle immagini non è esplicitato ma le allusioni a questo precetto non mancano. Scrive il riformatore di Wittenberg: «Puoi comprendere facilmente che avere un Dio non vuol dire toccarlo con le dita, afferrarlo e metterlo nel sacco oppure chiuderlo in un cassetto. Afferrare in questo caso vuol dire che il cuore si aggrappa e si attacca a Lui. Essere attaccati a Lui con il cuore non è altro che fidarsi di Lui totalmente. Egli vuole distaccarci da tutte le altre cose che sono all´infuori di Lui e tirarci verso di Sé, poiché Lui è il solo bene eterno.»

La riflessione di Lutero sul Primo comandamento è partita dalla premessa che credere significa «avere» un Dio di cui fidarsi. Vista così la fede appare come una scelta umana assai arbitraria. Ora, di fronte all´unico vero Dio, la logica del discorso si rovescia. Quel Dio di cui vale la pena fidarsi non può restare l´oggetto di una frase oppure di un´azione, e laddove compare in questa funzione, il rapporto tra soggetto e oggetto si capovolge per forza. Nella quotidianità ci sono tante cose tangibili di cui ci fidiamo: i nostri beni, i soldi, le competenze nostre e altrui, anche le persone che sono attorno a noi (ma già in quest´ultimo caso, se le persone ci diventano oggetti, andiamo incontro a una crisi che ci costringerà o a subire la perdita dell´oggetto di fiducia o a farci "convertire"). Nella lingua tedesca il rovesciamento dei rapporti a fronte del solo vero Dio si esprime con grande chiarezza nel verbo «sich verlassen», tradotto sopra con «fidarsi». Questo verbo è un derivato di «lassen», cioè «lasciare», ed esprime un´azione che si compie nel «lasciar andare» qualcosa in modo passivo, nel riconoscimento della propria non autosufficienza. Pertanto, ciò che ci è chiesto innanzi a Dio è di lasciar superare la nostra pretesa di autodeterminazione, lasciar andare le cose come vuole Lui.

In quest´ottica, il Primo comandamento decostruisce ogni rivendicazione identitaria in ambito religioso. È inevitabile che riflettiamo sulla questione chi siamo (da singoli, da chiese, da associazioni, da paesi) e che in qualche modo affermiamo ciò che ci spetta. Sarebbe illusorio negarlo; in quel caso le rivendicazioni sarebbero soltanto derivate verso i fiumi carsici della dissimulazione. Quando invece ci parla l´unico Dio, la nostra autodeterminazione, anche quella religiosa, si trasforma in ricettività e passività totali e il nostro cuore finisce attaccato a Colui che è il solo a salvarci.

LIBRI

Martin Lutero e Katharina von Bora: da monaci a marito e moglie

“Benché per diverse ragioni Lutero si sia sposato assai tardi, nessun Riformatore ha tessuto un elogio così convinto del matrimonio, restituendogli, in un tempo che lo considerava inferiore all’ideale cristiano del celibato, la dignità massima di ‘opera di Dio’”.

Così scrive il professor Paolo Ricca nell’introduzione al volume “Da monaco a marito” che contiene la traduzione di due scritti di Martin Lutero sul matrimonio e la vita familiare. Si tratta de “La vita matrimoniale” del 1522 e delle “Questioni matrimoniali” del 1530.

Il titolo del libro dell’editrice Claudiana che li raccoglie è quanto mai significativo perché non riguarda solo la biografia del riformatore – che sposò nel 1525 l’ex monaca Katharina von Bora, quindi anch’essa ‘da monaca a moglie’ -, ma descrive una delle più grandi rivoluzioni operate dal protestantesimo: l’aver fatto della famiglia – invece del convento – il luogo primario della testimonianza evangelica, in cui, nella specialissima relazione con il coniuge e i figli, si impara la riconoscenza a Dio, l’amor per il prossimo e l’agire per il bene comune.

Il volume si apre con una pregevole e fluente introduzione di Paolo Ricca che esamina praticamente tutti gli scritti di Lutero sul matrimonio, definendone la teologia.

Uno spaccato della vita matrimoniale di Martin e Katherina è offerto da un’altra pubblicazione dell’editrice Claudiana “Lettere a Katharina von Bora“, una raccolta di 21 missive inviate da Lutero alla moglie in un arco di tempo molto vasto: dal 1529 – anno dei colloqui di Marburgo in c

ui si consumò la frattura tra i Lutero e Zwingli e di cui il riformatore parla alla moglie – fino al 14 febbraio 1546, quattro giorni prima della morte di Lutero.

Oltre a farci conoscere un Lutero intimo e privato – il Lutero marito e padre è realmente una sorpresa! -, la raccolta curata da Reinhard Dithmar ci presenta il rapporto tra un marito e una moglie molto amata e stimata, anche in campo teologico.

Martin Lutero, “Da monaco a marito. Due scritti sul matrimonio”, Claudiana, pagg. 284, euro 19.50.

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Domenico Maselli e la passione per lunità dei cristiani

Fascicolo completo di "Lucca7" in ricordo del Pastore Domenico Maselli.
"Desiderava creare un Centro ecumenico a Lucca, intitolandolo a Vermigli e Agresti"

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