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Possibilità e impossibilità del dialogo oggi - di Adriano Fabris

07-06-2017 20:39 - News
Basta andare in una libreria. Basta assistere in tv a un talk show. Basta partecipare a un qualche forum in rete. L´esperienza di una contrapposizione tra chi crede e chi non crede dura, estrema, molto spesso ideologicamente connotata è qualcosa che colpisce.

Colpisce anzitutto chi riteneva che la questione religiosa fosse, di fatto, ormai superata nell´attuale contesto di secolarizzazione compiuta. E invece le religioni sono di nuovo protagoniste della storia: nel bene e nel male, e in modi diversi nelle diverse parti del mondo. Colpisce chi ancora ritiene che tra non credenti e credenti vi possa essere un confronto a base di reciproco fair play.

Non è così, il più delle volte. Non sembra possibile. Perché a contrapporsi, di fatto, non sono solamente una rinnovata forma di ateismo, da una parte, e un fondamentalismo religioso rigido e sordo, dall´altra. Invece, se vogliamo vedere le cose fino in fondo, a contrapporsi davvero sono due esiti estremi: l´assoluta indifferenza nei confronti delle questioni religiose, che nega loro spazio e rilevanza, e la tendenza della prospettiva religiosa a rinchiudersi all´interno della propria sfera, a isolarsi, assumendo spesso atteggiamenti di pura autodifesa. E dunque, in questa situazione, non c´è spazio alcuno per il fair play.

Un tale scenario, però, non è propriamente corretto. Ci sono molti modi in cui si può vivere, sia da credenti che da non credenti. Bisogna distinguere, ad esempio nei contesti religiosi, forme diverse potremmo dire, diverse gradazioni di vivere la fede. C´è infatti una pluralità costitutiva che caratterizza una tale esperienza: ragion per cui «fare di tutta l´erba un fascio» risulta quanto meno indebito, se proprio non è volutamente fuorviante.

È necessario poi non confondere, nel campo di chi non crede, tre diverse tipologie di persone: gli atei, gli agnostici e gli indifferenti.

Atei infatti sono coloro che credono che non vi sia Dio alcuno, e che sulla base di questa credenza orientano la propria vita.
Agnostici invece sono quelli che non credono che si possa dire qualcosa di significativo a proposito della dimensione religiosa.
Indifferenti infine sono coloro ai quali non importa nulla di ciò di cui le religioni parlano: si tratta di cose ormai superate, che non vale affatto la pena di considerare.

Non vanno confusi, dunque, «chi crede che non» (l´ateo), «chi non crede che» (l´agnostico), e «chi non è interessato né a credere né a non credere» (l´indifferente). Così come, d´altra parte, non vanno messi sullo stesso piano Gandhi e Bin Laden, o sant´Antonio e Torquemada.

In questa situazione molto articolata l´alternativa è comunque chiara: o la «lotta mortale» affinché una delle due posizioni prevalga sull´altra, senza sconti e senza pietà, o la scelta del dialogo, la ricerca di un incontro possibile. Ed è un bene, non solo per la Chiesa cattolica, che papa Benedetto XVI abbia dato, con riferimento all´immagine del «cortile dei gentili», una chiara indicazione a favore della seconda possibilità. È un bene, è un´indicazione vincolante per i cattolici, ma è anche una prospettiva che impegna, e che chiama a un compito non facile.

Quella del dialogo è infatti una vera e propria sfida. Perché è difficile dialogare davvero. Perché è difficile che un dialogo effettivamente riesca. E lo stesso uso di questo termine «dialogo» , così come l´esercizio di un tale atteggiamento, possono essere facilmente equivocati. Al pari di ogni cosa umana.

C´è infatti qualcosa che rende possibile e qualcosa che impedisce l´attuazione del dialogo. Vi sono in questa modalità comunicativa alcuni aspetti che la favoriscono, altri che la bloccano. È un´esperienza comune. Ma anche in ciò si annuncia una sfida: quella di realizzare un dialogo vero; quella di attuare una relazione buona.

Se dunque la sfida del dialogo viene accolta, bisogna rimuovere anzitutto quegli elementi che, proprio tenendo conto dei molti modi di realizzare tale pratica, rischiano di renderla impossibile. Un dialogo riesce se si è almeno in due a dialogare. Sembra ovvio. E non c´è vero dialogo se le posizioni dell´interlocutore non vengono prese sul serio. Sembra altrettanto ovvio. Ma ciò non basta per dialogare bene. Si tratta di condizioni necessarie, ma non sufficienti. Altri elementi sono infatti richiesti per far sì che accada una relazione buona.

Cercherò di metterli in luce. E per farlo utilizzerò uno sguardo esterno, un approccio particolare. Mi riferisco allo sguardo e all´approccio che sono propri dell´indagine filosofica.

Si tratta di uno sguardo esterno, certo, rispetto alla visuale che è propria di chi vive in una dimensione religiosa. È esterno rispetto a quel diverso approccio l´approccio teologico che non può intendere il dialogo se non come funzionale all´elaborazione e all´annuncio di una fede: ma che proprio perciò, quando vi si riferisce, il più delle volte non è preso sul serio da chi non condivide la sua motivazione. Si tratta di uno sguardo esterno all´ambito religioso ma a esso non ostile, nella misura in cui è capace di porsi in sintonia con chiunque, credente o non credente, scelga di dialogare. Tale sintonia rende esterno lo sguardo filosofico anzi, più ancora, lo rende estraneo rispetto a quelle posizioni esplicitamente atee o agnostiche che troppo spesso, ai giorni nostri, si esprimono in forme intransigenti e militanti. Si tratta di uno sguardo esterno ma non disincantato, non scettico: come quello di chi nega il valore del dialogo, assumendo una posizione fondamentalista o indifferente.

È questo sguardo che provo a esercitare nelle pagine che seguiranno. Lo faccio elaborando un piccolo manuale, quasi un breviario, che ha uno scopo ben preciso: lo scopo di chiarire a quali condizioni un dialogo vero può realizzarsi; di delineare lo spazio in cui il dialogo tra chi crede e chi non crede può svolgersi in maniera proficua; di vedere se lo stesso stile, la stessa metodologia, può estendersi anche a uomini e donne che sono coinvolti in un´esperienza religiosa, sia essa un´esperienza che li divide o li accomuna; di offrire alcuni suggerimenti per gestire e mettere in pratica un dialogo vero. Posto che uno intenda incamminarsi su questa via.

Ripeto: il dialogo è sempre una possibilità, mai qualcosa che viene intrapreso con l´idea che il suo esito sia garantito. Si sceglie, infatti, di dialogare. E dunque l´effettivo sviluppo di questa modalità relazionale si radica nella libertà degli essere umani.

Ne consegue che il dialogo è qualcosa al cui esercizio bisogna motivare. Bisogna farlo attraverso una specifica argomentazione, capace di mostrare che si tratta di una scelta dotata di buone ragioni. Le quali coinvolgono tutti gli esseri umani, se li si considera davvero come tali.

Si tratta di una motivazione etica, non già di una semplice elaborazione teorica. Perché solo così, forse, l´opzione del dialogo può essere coinvolgente. E appunto al raggiungimento di questo traguardo la filosofia può essere d´aiuto. Essa infatti è in grado di mostrare precisamente lo sfondo etico che motiva a dialogare sia chi si sente estraneo, sia chi invece partecipa intimamente a una dimensione religiosa.

Ecco dunque quale sarà il percorso che, insieme al lettore, cercherò di fare nelle pagine che seguiranno. Dovrò anzitutto chiarire che cos´è un dialogo autentico, un dialogo vero. Per farlo sarà necessario pensare lo stretto legame che sussiste fra dialogo e identità: quell´identità, oggi così minacciata, che è necessario recuperare perché essa è condizione affinché l´attitudine dialogica si realizzi effettivamente.

Ma a questo scopo non sono tanto necessarie le parole, quanto soprattutto gli esempi. Anche in filosofia. Le parole, sovente, trovano spuntata la loro capacità d´incidere nelle cose, trasformandosi in semplici esortazioni. Non è ciò che serve qui. Bisogna invece che ci facciamo insegnare che cosa significa dialogare davvero. Ce lo possono dire alcuni maestri del Novecento che, soprattutto dal versante di un impegno religioso, hanno riflettuto filosoficamente sul nostro tema e praticato concretamente questa possibilità.

Alla fine, poi, bisognerà applicare quanto appreso. Lo potremo fare anzitutto con riferimento al dialogo possibile tra chi crede e chi non crede. Consapevoli che questo «non», quando si parla di chi «non» crede, costituisce qualcosa che dev´essere pensato e rispettato piuttosto che una negazione che rinvia fin dall´inizio, inevitabilmente, all´ambito della fede e la presuppone come suo sfondo. Di modo che il non credente sarebbe predestinato, prima o poi, a credere. Certo: questa garanzia già sempre assicurata sarebbe una vera consolazione per gli uomini religiosi. Ma, appunto, sarebbe solo una consolazione.

Al tempo stesso, poi, dobbiamo cercare di vedere se e in che modo questa definizione del dialogo, questa metodologia e questa pratica di relazione possono riguardare anche coloro che vivono esperienze religiose diverse: sia chi si riconosce in differenti religioni e confessioni, sia chi condivide l´appartenenza a uno stesso ambito religioso. Infatti, nell´epoca in cui viviamo non vanno spese molte parole per sottolineare come il dialogo interreligioso e quello intrareligioso siano vere e proprie emergenze: questioni che, se si vogliono promuovere relazioni pacifiche tra le genti, è necessario affrontare con sensibilità e competenza.

Un´ultima riflessione, di carattere metodologico. A pensarci bene, è un po´ imbarazzante scrivere un libro sul dialogo. Sembra ancora una volta che non si possa fare altro se non allontanare da sé, oggettivandolo, ciò che va invece praticato. C´imbattiamo subito in un rischio, che è insito nell´approccio filosofico: il rischio di fare un monologo sul dialogo, e quindi di mettere in scena una vera e propria contraddizione, sperimentando l´incompatibilità fra il contenuto del discorso che uno sta svolgendo e il modo in cui lo svolge.

Come evitare questo rischio? Esso è in gran parte inevitabile, certamente. Lo è proprio in quanto io sto cercando, in piena consapevolezza e assumendomi le mie responsabilità, di chiarire di fronte a voi, possibili lettori, questo tema specifico: il dialogo e le condizioni della sua riuscita; i suoi diversi modi e le forme concrete della sua attuazione.

E tuttavia, nonostante questa situazione che in gran parte è dovuta al mezzo che sto usando, la parola scritta, e alla forma di espressione monologica che essa favorisce vorrei che, in omaggio al nostro tema, questo stesso scritto potesse prolungarsi in qualcosa di ulteriore.

Mi piacerebbe che il libro si facesse occasione di dialogo, anche non necessariamente con chi lo ha redatto. Spererei insomma che il dialogo, alla fine, non fosse solo oggetto di studio, ma esperienza da mettere in pratica. Trasformando il mio discorso sul dialogo in un´occasione per praticarlo. E per praticarlo in maniera buona.


© A. Fabris, La scelta del dialogo. Breviario filosofico per comunicare meglio, prefazione di Ugo Sartorio, Edizioni Messaggero, Padova 2011 Introduzione. [Collana: Il cortile dei gentili]. Si ringrazia l´Editore per la gentile concessione.

Testo di riferimento del laboratorio "Fede e pensiero al presente" (a cura di Michele Turrisi), inaugurato a Lucca in collaborazione con la Chiesa valdese:

https://www.facebook.com/fedepensieroalpresente.p4c/


ADRIANO FABRIS è professore ordinario di Filosofia morale all´Università di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione e Filosofia delle religioni. Nella stessa Università è Direttore del C.I.Co. (Centro Interdisciplinare di ricerche e di servizi sulla Comunicazione). Da vari anni è professore invitato alla Facoltà di Teologia di Lugano, dove attualmente dirige il Master in Scienza, Filosofia e Teologia delle religioni e l´Istituto Religioni e Teologia (ReTe). Fra le sue ultime pubblicazioni: TeorEtica. Filosofia della relazione, Morcelliana, Brescia 2010; Filosofia delle religioni, Carocci, Roma 2012; Etica delle nuove tecnologie, La Scuola, Brescia 2012; Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2014; RelAzione. Una filosofia performativa, Morcelliana, Brescia 2016.





Fonte: Ed. Messaggero di Padova

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 25 LUGLIO

Tu hai preservato l´anima mia dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi da cadute
(Salmo 116,8)

Epafròdito è stato ammalato, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore (Filippesi 2,27)

Io so di certo che Dio mi ama di cuore, anche se ora sono in grande pena e non vedo come mi si potrebbe aiutare. Ma Dio può fare miracoli. Li farà, perciò voglio pregarlo e credere che mi ascolta e mi salva.
Martin Lutero


Atti degli apostoli 2,32-40; Filippesi 3,17-21

PREGHIERA

Signore, grazie perché ci sveli i
meccanismi perversi dei quali
cadiamo vittime e che, senza
rendercene conto, perpetuiamo.
Grazie perché ci offri
un’alternativa. Grazie perché ci
rendi capaci di rifiutare le violenze
e gli stessi modelli maschili che
le propongono. Grazie perché in
Gesù Cristo ci hai donato l’unico
modello che ci può salvare. Amen.

Il Vangelo ci parla

Esodo 20,4-6 (parte seconda)

di Lothar Vogel

«Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l´iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.»

Nell´interpretazione del Primo comandamento nel Grande catechismo di Lutero, che è al centro di questa serie di meditazioni, il divieto delle immagini non è esplicitato ma le allusioni a questo precetto non mancano. Scrive il riformatore di Wittenberg: «Puoi comprendere facilmente che avere un Dio non vuol dire toccarlo con le dita, afferrarlo e metterlo nel sacco oppure chiuderlo in un cassetto. Afferrare in questo caso vuol dire che il cuore si aggrappa e si attacca a Lui. Essere attaccati a Lui con il cuore non è altro che fidarsi di Lui totalmente. Egli vuole distaccarci da tutte le altre cose che sono all´infuori di Lui e tirarci verso di Sé, poiché Lui è il solo bene eterno.»

La riflessione di Lutero sul Primo comandamento è partita dalla premessa che credere significa «avere» un Dio di cui fidarsi. Vista così la fede appare come una scelta umana assai arbitraria. Ora, di fronte all´unico vero Dio, la logica del discorso si rovescia. Quel Dio di cui vale la pena fidarsi non può restare l´oggetto di una frase oppure di un´azione, e laddove compare in questa funzione, il rapporto tra soggetto e oggetto si capovolge per forza. Nella quotidianità ci sono tante cose tangibili di cui ci fidiamo: i nostri beni, i soldi, le competenze nostre e altrui, anche le persone che sono attorno a noi (ma già in quest´ultimo caso, se le persone ci diventano oggetti, andiamo incontro a una crisi che ci costringerà o a subire la perdita dell´oggetto di fiducia o a farci "convertire"). Nella lingua tedesca il rovesciamento dei rapporti a fronte del solo vero Dio si esprime con grande chiarezza nel verbo «sich verlassen», tradotto sopra con «fidarsi». Questo verbo è un derivato di «lassen», cioè «lasciare», ed esprime un´azione che si compie nel «lasciar andare» qualcosa in modo passivo, nel riconoscimento della propria non autosufficienza. Pertanto, ciò che ci è chiesto innanzi a Dio è di lasciar superare la nostra pretesa di autodeterminazione, lasciar andare le cose come vuole Lui.

In quest´ottica, il Primo comandamento decostruisce ogni rivendicazione identitaria in ambito religioso. È inevitabile che riflettiamo sulla questione chi siamo (da singoli, da chiese, da associazioni, da paesi) e che in qualche modo affermiamo ciò che ci spetta. Sarebbe illusorio negarlo; in quel caso le rivendicazioni sarebbero soltanto derivate verso i fiumi carsici della dissimulazione. Quando invece ci parla l´unico Dio, la nostra autodeterminazione, anche quella religiosa, si trasforma in ricettività e passività totali e il nostro cuore finisce attaccato a Colui che è il solo a salvarci.

LIBRI

Martin Lutero e Katharina von Bora: da monaci a marito e moglie

“Benché per diverse ragioni Lutero si sia sposato assai tardi, nessun Riformatore ha tessuto un elogio così convinto del matrimonio, restituendogli, in un tempo che lo considerava inferiore all’ideale cristiano del celibato, la dignità massima di ‘opera di Dio’”.

Così scrive il professor Paolo Ricca nell’introduzione al volume “Da monaco a marito” che contiene la traduzione di due scritti di Martin Lutero sul matrimonio e la vita familiare. Si tratta de “La vita matrimoniale” del 1522 e delle “Questioni matrimoniali” del 1530.

Il titolo del libro dell’editrice Claudiana che li raccoglie è quanto mai significativo perché non riguarda solo la biografia del riformatore – che sposò nel 1525 l’ex monaca Katharina von Bora, quindi anch’essa ‘da monaca a moglie’ -, ma descrive una delle più grandi rivoluzioni operate dal protestantesimo: l’aver fatto della famiglia – invece del convento – il luogo primario della testimonianza evangelica, in cui, nella specialissima relazione con il coniuge e i figli, si impara la riconoscenza a Dio, l’amor per il prossimo e l’agire per il bene comune.

Il volume si apre con una pregevole e fluente introduzione di Paolo Ricca che esamina praticamente tutti gli scritti di Lutero sul matrimonio, definendone la teologia.

Uno spaccato della vita matrimoniale di Martin e Katherina è offerto da un’altra pubblicazione dell’editrice Claudiana “Lettere a Katharina von Bora“, una raccolta di 21 missive inviate da Lutero alla moglie in un arco di tempo molto vasto: dal 1529 – anno dei colloqui di Marburgo in c

ui si consumò la frattura tra i Lutero e Zwingli e di cui il riformatore parla alla moglie – fino al 14 febbraio 1546, quattro giorni prima della morte di Lutero.

Oltre a farci conoscere un Lutero intimo e privato – il Lutero marito e padre è realmente una sorpresa! -, la raccolta curata da Reinhard Dithmar ci presenta il rapporto tra un marito e una moglie molto amata e stimata, anche in campo teologico.

Martin Lutero, “Da monaco a marito. Due scritti sul matrimonio”, Claudiana, pagg. 284, euro 19.50.

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Domenico Maselli e la passione per lunità dei cristiani

Fascicolo completo di "Lucca7" in ricordo del Pastore Domenico Maselli.
"Desiderava creare un Centro ecumenico a Lucca, intitolandolo a Vermigli e Agresti"

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