14 Dicembre 2017
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Effetti collaterali

21-11-2017 09:29 - News
A pochi giorni dal 25 novembre, giornata mondiale per l´eliminazione della violenza sulle donne, una riflessione sulla tanta strada ancora da fare contro le discriminazioni di genere

Al mondo mancano all´appello milioni di donne, mai nate a causa dell´aborto selettivo in paesi dove le femmine sono considerate una sventura, morte di parto o in seguito a violenze, fatica fisica, abusi, matrimoni forzati, o semplicemente uccise in quanto donne. L´auspicio della conferenza di Pechino del 1995 sui diritti delle donne, che individuava in vent´anni l´abolizione dello squilibrio di genere, oggi suona come una beffa crudele: le migranti che arrivano sulle nostre coste, incinte per violenze subite durante il viaggio o già avviate alla tratta, ci mostrano che le donne continuano a portare sul loro corpo la parte più pesante dei drammi di ogni epoca. A partire dalla guerra, dove sono le vittime predestinate delle parti in conflitto, perché da sempre lo stupro viene usato come arma di offesa e umiliazione del nemico, di cui la donna è considerata una proprietà, al pari del territorio da conquistare. Di recente è successo nelle guerre del Congo e durante il genocidio in Rwanda; ma è successo anche nel cuore dell´Europa nella guerra dei Balcani, nei due conflitti mondiali e ancora prima nelle guerre di religione fra protestanti e cattolici; è successo sempre, tanto che fino a poco tempo fa lo stupro in caso di conflitto armato veniva considerato un "effetto collaterale".

Non è un caso che uno dei miti fondativi della nostra civiltà sia il ratto delle Sabine. L´uso dello stupro come strategia di conquista è particolarmente "efficace" perché i suoi effetti si diffondono come un virus per anni, rovinando non soltanto la vita delle donne ma anche quella dei mariti e dei figli: al momento della violenza, spesso pubblico, seguono non solo il dolore fisico e psicologico ma anche la vergogna, la disgregazione famigliare e l´estromissione dal gruppo. Lo ha detto bene il dottor Mukwege, il medico che in Congo ha curato 50mila donne vittime di violenza: «lo stupro in guerra annienta più delle pallottole, perché le armi uccidono subito ma lo stupro distrugge una comunità per generazioni». Eppure abbiamo dovuto aspettare il 1993 perché un Tribunale speciale, di fronte alle violenze subite dalle donne musulmane in Bosnia, dichiarasse lo stupro un crimine internazionale. Da allora sono seguite alcune prese di posizione del Consiglio di Sicurezza dell´Onu per accrescere la consapevolezza sul tema, culminate infine nella Risoluzione 1820 delle Nazioni Unite del 2008 in cui lo stupro è dichiarato finalmente "crimine contro l´umanità".

2008: non sono passati nemmeno dieci anni. La consapevolezza della gravità della violenza contro le donne è uno degli obiettivi più difficili da raggiungere perché la lotta contro la banalizzazione di quello che metà del genere umano deve subire è un esercizio quotidiano necessario, sfiancante e doloroso, che dobbiamo affrontare ad ogni latitudine. In troppe occasioni quello che le donne devono subire sul loro corpo è ignorato, sminuito, ridicolizzato, come hanno dimostrato anche ultimamente le reazioni seguite all´ondata di denunce sollevata dal caso Weinstein, il produttore cinematografico accusato di aver molestato molte attrici che lavoravano per lui. Per questo 25 novembre, giornata mondiale per l´eliminazione della violenza sulle donne, la rottura del silenzio sul tabù generalizzato delle molestie, grazie anche alla campagna social del #metoo, è forse un segno che sempre meno donne sono disponibili ad accettare ogni forma di sopraffazione come uno spiacevole ma inevitabile "effetto collaterale" dell´essere nata femmina.

di Federica Tourn


Fonte: Riforma.it

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 12 DICEMBRE

La mia lingua celebrerà la tua parola, perché tutti i tuoi comandamenti sono giustizia
(Salmo 119,172)

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l´impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali (Colossesi 3,16)

Padre, Ti supplichiamo che nella tua Parola tutti trovar possiamo pace e allegrezza, ardor!
Innario cristiano

Isaia 26,7-15; Zaccaria 6,1-8

PREGHIERA

Con noi la passione
per il mondo del Padre
per noi l’amore
per i nemici del Figlio
davanti a noi la femminile santità
del loro Spirito
intorno a noi la vitalità
trinitaria di Dio. Amen

Kurt Marti

Il Vangelo ci parla

Luca 12,35

di Marco Gisola

«I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese»

Il 26 novembre è l’ultima domenica dell’anno liturgico; con l´Avvento si ricomincerà dall’ “inizio”, dai racconti che ci fanno riflettere e meditare sulla nascita di Gesù, cioè sulla prima venuta del Redentore nel mondo; “avvento” infatti significa “venuta”, “arrivo”. Proprio il versetto del giorno dell’ultima domenica dell’anno liturgico ci invita ad attendere vigilanti e ad essere pronti «perché il Figlio dell´uomo verrà nell´ora che non pensate» (v. 40), riferendosi alla seconda venuta, cioè al ritorno di Cristo.

Potremmo quindi dire che tutta la vita cristiana è un Avvento, perché come cristiani attendiamo costantemente il ritorno di Gesù. Viviamo, dunque, tra la prima e la seconda venuta di Gesù. Ciò significa innanzitutto che gli eventi fondamentali della nostra fede non dipendono da noi, ma sono iniziativa unilaterale di Dio: è lui che ha deciso di mandare suo Figlio nel mondo, è lui che deciderà il suo ritorno.

E poi significa che come cristiani viviamo dunque in un tempo che non è un tempo qualunque, ma è un tempo che sta dopo la venuta di Cristo e prima del suo ritorno. È il tempo della speranza: la speranza è costituita da un lato dall’attesa e d’altro lato dalla preparazione per farci trovare pronti quando il Signore verrà.

Attesa, nel senso che il compimento è nelle mani di Dio, perché sarà Cristo a realizzare tutte le promesse di Dio quando tornerà a portarci il suo regno. Ma anche preparazione perché siamo chiamati a tenere i nostri fianchi cinti e le nostre lampade accese. Avere i fianchi cinti e le lampade accese vuol dire stare vigili e attenti a ciò che il Signore vuole dirci attraverso la sua Parola per essere pronti a metterci in cammino per andare dove il Signore ci chiama.

Fianchi cinti e lampade accese, ovvero attesa, preparazione, ascolto, fiducia… questo è il tempo che viviamo oggi, proiettati con speranza verso il futuro che Dio ci prepara.

LIBRI

PARLACI DELLA VITA


Il libro in pillole
•Un commento con occhi perlopiù cristiani al classico di Kahlil Gibran
•Una breve meditazione sui piccoli e grandi quesiti del Profeta
•Con insolite preghiere per momenti di spiritualità personale o di gruppo

Gibran è punto di incontro tra culture, religioni e spiritualità diverse. Ha donato a generazioni di lettori una sapienza moderna che abbraccia i grandi temi della laicità e le più profonde immagini di una fede universale.
Con un commento a Il Profeta che ne affianca gli ampi estratti e i temi affrontati con preghiere insolite e con brani biblici, l’Autore propone un gioco di rimandi per scoprire un testo attraverso l’altro.

«Se Khalil Gibran è un autore-ponte tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e poesia, tra fedi e culture diverse, lo stesso Profeta è un libro-ponte, una sorta di Bibbia laica che abbraccia i temi universali della vita umana come li racconterebbero, e vi rifletterebbero, un cristiano, un musulmano, un buddhista e persino un laico agnostico. Tra preghiera, meditazione e poesia, Il Profeta, al cui interno non è difficile scovare tracce bibliche, parla la lingua di un’umanità che nella sua parte più profonda, consapevolmente o meno, pensa, medita e prega al di là dei confini geografici e politici, che appartiene a tutte le religioni e a nessuna, a tutte le culture e a nessuna».
Stefano Giannatempo

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Domenico Maselli e la passione per lunità dei cristiani

Fascicolo completo di "Lucca7" in ricordo del Pastore Domenico Maselli.
"Desiderava creare un Centro ecumenico a Lucca, intitolandolo a Vermigli e Agresti"

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