25 Luglio 2017
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Efesini 2,8 "Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio"

22-06-2017 11:11 - Il Vangelo ci parla
Sermone di prova finale - cand. past. Stefano Giannatempo

"A Dio non bastava il pensiero"

Care sorelle, cari fratelli,
sicuramente tutti e tutte noi nella nostra vita abbiamo fatto un dono o ricevuto un dono; da
bambini appena si sente la parola regalo scatta subito la gioia, magari nei giorni prima di Natale
anche la ricerca per casa, scalpitanti di impazienza, dei pacchi che mamma e papà hanno
nascosto. Da adulti i doni rischiano forse di cadere nel calcolo, nel valore economico, del
risparmio o del vantaggio, ma certo fa sempre piacere riceverli o donarli.
Il versetto che abbiamo ascoltato è uno dei più usati nelle nostre liturgie per l´annuncio della
grazia. Come sappiamo è anche una delle parole bibliche che la Riforma ha reso centrali per la
sua teologia nella riscoperta dell´Evangelo della grazia: proprio da versetti come questi nascono i
Sola fide e Sola gratia con i quali recentemente abbiamo un po´ tappezzato Milano ma anche il
resto d´Italia, festeggiando i 500 anni della Riforma protestante.
Queste parole sono rivolte ai cristiani della chiesa di Efeso. Una chiesa che Paolo ha conosciuto
bene, dove ha vissuto probabilmente per tre anni, che ha visitato diverse volte, che ricorre spesso
nel racconto degli Atti, ma anche nell´Apocalisse. Efeso è infatti una delle sette chiese dell´Asia
a cui il Signore risorto scrive una lettera prima delle cose ultime: una chiesa che sa difendersi
dall´eresia e dalle persecuzioni, ma forse proprio per questo sforzo ha smarrito il suo primo
amore (Apoc 2,1-7). E allora Paolo, prigioniero a Roma, cerca di richiamare la chiesa di Efeso
all´unità, alla comunione fraterna, e lo fa sottolinenando l´importanza di ciò che Dio fa per noi.
Per questo il versetto 2,8 è così conciso e chiaro a proposito del dono della grazia mediante la
fede.
Mi piace pensare a questo versetto come ad un anello molto prezioso che riceviamo in dono,
magari un anello d´oro, con quattro diamanti preziosissimi. Vorrei invitarvi ad osservare questo
anello prezioso come se lo avessimo in mano, e a soffermarci brevemente su questi quattro
diamanti che sono, a mio avviso, le quatto parole principali di questo versetto: la grazia, la
salvezza, la fede, il dono.

1. LA GRAZIA
«Infatti è per grazia»: nel pensiero dell´apostolo Paolo la grazia descrive l´intero rapporto tra
Dio e l´umanità; Dio ci viene incontro per donarci ogni cosa, in particolare nella persona, nelle
parole, nei gesti, nella morte e risurrezione di Cristo. Ci è molto famigliare questa parola, ma non
dobbiamo dimenticare che all´origine, quando la usa Paolo, il contesto della grazia è un contesto
forense, legale, di giudizio; quel giusto giudizio di Dio, di cui leggiamo nella Lettera ai Romani,
che nonostante le prove schiaccianti contro di noi ci giustifica facendoci appunto grazia. Talvolta
si dice che oggi si predica più sull´amore che sulla giustizia. E in effetti in questo versetto non si
parla dell´amore di Dio. L´amore di Dio però è dietro le quinte, è il motore che spinge Dio a
questo dono di grazia. Infatti pochi versetti prima, Paolo descrive la nostra natura tendente al
peccato, e poi improvvisamente dice: «Ma Dio, che è ricco in misericordia...» (Ef 2,4). Il
diamante della grazia resta incastonato nell´anello d´oro che è il dono della nostra salvezza, a
patto che sia tenuto fermo sia dalla giustizia che dall´amore di Dio. Dalla giustizia, perché la
Parola di Dio possa aiutarci a trovare quanto in noi non è in sintonia con l´Evangelo; e
dall´amore, perché solo un amore folle e incondizionato come quello che Dio ha per noi poteva
spingerlo a farci questo dono. Un racconto della sapienza ebraica dice che Dio, prima dei tempi,
un po´ per noia e un po´ per divertimento provava e riprovava a creare la terra, ma il risultato era
ogni volta un po´ deludente, fino a quando gli angeli gli dissero: Signore, perché non provi a fare
la terra mischiando insieme l´amore e la giustizia? Il Signore seguì il consiglio e la terra fu
creata: Va bene, disse Dio, purché tenga! sperando che la giustizia e l´amore non si separassero
mai .

2. LA SALVEZZA
«Infatti è per grazia che siete stati salvati»: e il verbo greco che dice che siamo stati salvati è al
passato, riferendosi ad un evento già compiuto una volta per tutte da Dio, un´azione finita a cui
noi non possiamo collaborare, ma possiamo solo riceverne le conseguenze. La salvezza è
l´orizzonte di fondo di tutto il movimento descritto in questo versetto. Fino a quel momento
l´osservanza della legge era determinante per la salvezza: ma ora la salvezza passa attraverso una
nuova legge, che trova il suo compimento nella persona di Cristo; e questa legge non serve ad
ottenere qualcosa, ma servirà dopo, come vedremo, per indicarci come vivere una volta salvati
per grazia mediante la fede. Nel momento storico in cui Efeso riceve questa lettera, la salvezza,
la religione e la fede erano centrali nella vita delle persone. Oggi, davanti all´annuncio della
salvezza, potremmo sentirci rispondere: e da che cosa dovrei essere salvato? chi dovrebbe
salvarmi? abbiamo davvero bisogno di questa salvezza? o non stiamo forse tutto sommato bene,
con una casa, un lavoro, un conto in banca, un medico a portata di mano? Annunciare oggi
questa parola biblica significa risvegliare l´attenzione del mondo alla necessità della salvezza, a
conoscere noi stessi e noi stesse in profondità e a riconoscere il bisogno che abbiamo di essere
raggiunti e trasformati dalla Parola di Dio; basta leggere i giornali per capire quanto ne abbiamo
bisogno. La fatica che facevano gli apostoli nella loro predicazione - pensiamo a Paolo e al suo
discorso nella piazza di Atene, davanti ai sapienti greci - non è in fondo diversa dalla fatica della
nostra predicazione di oggi, rivolta alle nostre chiese sempre meno numerose e ad un mondo
ormai abituato a vivere come se di Dio non ci fosse più bisogno. La salvezza prima di ogni altra
cosa, prima di una necessità spirituale, prima di un modello etico da seguire, è prima di tutto un
dono, un regalo, che non può lasciare indifferente chi la riceve.

3. LA FEDE
«Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede»: la fede sembrerebbe essere l´unica
"condizione" a noi richiesta per ottenere questa grazia che ci salva. C´è però il rischio di
trasformare la nostra fede nell´unica "opera" - parola pericolosa! - che potrebbe darci del merito
in vista della grazia. Ma Paolo ci dirà tra poco che anche questa fede non viene da noi, anche
questa fede non ci appartiene e non può farci guadagnare nulla in termini di merito o di
ricompensa. E qui possiamo fare riferimento ad una lunga riflessione teologica su cosa sia la
fede. Se non serve ad ottenere nulla, allora non può essere una fede da primi della classe, quella
fede "nelle cose in cui si crede" per cui, una volta studiato il catechismo e la Bibbia, possiamo
dire di aver fede. Piuttosto siamo qui davanti "al come" si ha fede e "in chi" si ha fede. La fede
di cui ci parla Paolo è l´abbandono fiducioso nelle mani di Dio, il riporre la nostra fiducia nel
Dio di Gesù Cristo, in totale abbandono e confidenza. Ma attenzione: anche questo non ci farà
meritare nulla, non ci farà ottenere per forza la grazia. Semmai ci farà aprire mente e cuore al
dono della grazia, riconoscendo la nostra totale dipendenza da Dio. Ci viene in aiuto l´immagine
usata da Lutero, che vedeva la questione della fede come l´attraversare il mare con una barca. La
barca può essere la fede in ciò che crediamo; ma il "come" credere riguarda il fatto di salire sulla
barca e di attraversare il mare, fidandoci soltanto di Dio . Calvino invece scrisse che «la fede 2
conduce a Dio una persona vuota, affinché sia riempita dai benefici di Cristo». La fede ci
illumina sulle cose di Dio, sulla nostra esistenza, ci fa comprendere quanto abbiamo bisogno di
essere salvati, quanto siamo vuoti in noi stessi e quanto abbiamo bisogno di essere colmati dei
doni di Dio.

4. IL DONO
«Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, è il dono di
Dio». La quarta pietra preziosa, la quarta parola chiave di questo versetto è appunto il dono di
Dio, anche nel testo greco non "un" dono, ma "il" dono. E la categoria del dono racchiude tutto
quanto è stato detto prima: il dono della grazia, il dono della salvezza, il dono della fede. E´ a
questo punto che Paolo nomina espressamente gli interlocutori di questo scambio: voi e Dio,
possiamo dire: noi e Dio. Precisando anche che il modo in cui siamo salvati non viene da noi,
letteralmente "non è di voi", non è nostra proprietà. E´ proprietà di Dio, che ci dona tutte queste
cose. E questo mette in crisi la famosa meritocrazia che se è da ricercare nella gestione della
cosa pubblica, in teologia invece non ha alcun valore applicata a noi, perché ha valore soltanto
per i meriti di Cristo che a noi vengono applicati, pur non essendo nostri. E´ interessante pensare
un attimo alle nostre parole più ricorrenti nel caso in cui riceviamo un dono: grazie; non dovevi
disturbarti; non era il caso; ma bastava il pensiero! E´ come se ricevere un dono nascondesse un
certo imbarazzo, così come fare un dono nasconde sempre il desiderio di voler stupire l´altra
persona. E allora quando riceviamo un dono quasi ci difendiamo, quasi ci scusiamo perché l´altra
persona ha voluto regalarci qualcosa. Ma bastava il pensiero! No, a Dio non bastava il pensiero.
Dio nel donarci la salvezza, nel donarci la sua grazia, si dona tutto e completamente in Cristo
Gesù, e in lui ci dona ogni cosa, a partire dalla più importante che è la salvezza, cioè il vivere in
Dio e con Dio. A proposito del ricevere ogni cosa: scrisse Italo Calvino che un figlio di re,
mentre mangiava, si ferì un dito tagliando della ricotta, versandoci sopra una goccia di sangue.
"Mamma - disse il principe - vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue".
"Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure, se la trovi" . Il 3
sola gratia è invece l´annuncio che in Cristo tutto ciò che fa parte di noi - peccato e redenzione,
rosso e bianco - viene chiamato e trasformato per far parte del progetto di salvezza di Dio, a
testimonianza gratuita del mondo intero.

CONCLUSIONE
Ed ora, compiuto questo breve cammino attraverso i quattro diamanti di Efesini 2,8 ci tocca
concludere restando con questo anello prezioso in mano, perché ovviamente ci è stato donato!
Che cosa cambia ora della nostra vita? che cosa dobbiamo fare ora che abbiamo ottenuto il dono
di Dio? E´ quello che Paolo affronta nel resto della lettera agli Efesini; ma la consegna era di
restare sul versetto 8. Non è però difficile rispondere: a 500 anni dalla Riforma, queste parole ci
incoraggiano più che mai a vivere nell´unico modo che può rispondere a questa grazia, e cioè
nella gratitudine.
Una persona veramente grata perché ha ricevuto un dono immenso, non perde tempo a dire: non
dovevi disturbarti, bastava il pensiero. A malapena riesce a finire di dire grazie perché ha già la
voce rotta da un pianto di riconoscenza e di gioia immensa. Una persona che vive in gratitudine
trasfigura ogni cosa che fa in una risposta automatica di amore per Dio e per il prossimo. Un
credente veramente grato sa che il vero modo per essere riconoscente a Dio è quello di vivere i
suoi comandamenti, la sua Parola, il suo Evangelo non perché servono a qualcosa, ma perché è
bello fare della propria vita un inno di ringraziamento a Dio per ciò che abbiamo ricevuto in
dono.
Questa è forse oggi la sfida più grande, e la vocazione più grande per noi evangelici: il saper
testimoniare al mondo, oserei dire il saper contagiare il mondo, come singoli e come chiese, con
la gratitudine e con la gioia per tutto ciò che abbiamo ricevuto da Dio in Cristo Gesù, per essere
stati salvati per grazia mediante la fede, che è il dono di Dio.
Amen!

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UN GIORNO UNA PAROLA

MARTEDÌ 25 LUGLIO

Tu hai preservato l´anima mia dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi da cadute
(Salmo 116,8)

Epafròdito è stato ammalato, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perché io non avessi dolore su dolore (Filippesi 2,27)

Io so di certo che Dio mi ama di cuore, anche se ora sono in grande pena e non vedo come mi si potrebbe aiutare. Ma Dio può fare miracoli. Li farà, perciò voglio pregarlo e credere che mi ascolta e mi salva.
Martin Lutero


Atti degli apostoli 2,32-40; Filippesi 3,17-21

PREGHIERA

Signore, grazie perché ci sveli i
meccanismi perversi dei quali
cadiamo vittime e che, senza
rendercene conto, perpetuiamo.
Grazie perché ci offri
un’alternativa. Grazie perché ci
rendi capaci di rifiutare le violenze
e gli stessi modelli maschili che
le propongono. Grazie perché in
Gesù Cristo ci hai donato l’unico
modello che ci può salvare. Amen.

Il Vangelo ci parla

Esodo 20,4-6 (parte seconda)

di Lothar Vogel

«Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l´iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.»

Nell´interpretazione del Primo comandamento nel Grande catechismo di Lutero, che è al centro di questa serie di meditazioni, il divieto delle immagini non è esplicitato ma le allusioni a questo precetto non mancano. Scrive il riformatore di Wittenberg: «Puoi comprendere facilmente che avere un Dio non vuol dire toccarlo con le dita, afferrarlo e metterlo nel sacco oppure chiuderlo in un cassetto. Afferrare in questo caso vuol dire che il cuore si aggrappa e si attacca a Lui. Essere attaccati a Lui con il cuore non è altro che fidarsi di Lui totalmente. Egli vuole distaccarci da tutte le altre cose che sono all´infuori di Lui e tirarci verso di Sé, poiché Lui è il solo bene eterno.»

La riflessione di Lutero sul Primo comandamento è partita dalla premessa che credere significa «avere» un Dio di cui fidarsi. Vista così la fede appare come una scelta umana assai arbitraria. Ora, di fronte all´unico vero Dio, la logica del discorso si rovescia. Quel Dio di cui vale la pena fidarsi non può restare l´oggetto di una frase oppure di un´azione, e laddove compare in questa funzione, il rapporto tra soggetto e oggetto si capovolge per forza. Nella quotidianità ci sono tante cose tangibili di cui ci fidiamo: i nostri beni, i soldi, le competenze nostre e altrui, anche le persone che sono attorno a noi (ma già in quest´ultimo caso, se le persone ci diventano oggetti, andiamo incontro a una crisi che ci costringerà o a subire la perdita dell´oggetto di fiducia o a farci "convertire"). Nella lingua tedesca il rovesciamento dei rapporti a fronte del solo vero Dio si esprime con grande chiarezza nel verbo «sich verlassen», tradotto sopra con «fidarsi». Questo verbo è un derivato di «lassen», cioè «lasciare», ed esprime un´azione che si compie nel «lasciar andare» qualcosa in modo passivo, nel riconoscimento della propria non autosufficienza. Pertanto, ciò che ci è chiesto innanzi a Dio è di lasciar superare la nostra pretesa di autodeterminazione, lasciar andare le cose come vuole Lui.

In quest´ottica, il Primo comandamento decostruisce ogni rivendicazione identitaria in ambito religioso. È inevitabile che riflettiamo sulla questione chi siamo (da singoli, da chiese, da associazioni, da paesi) e che in qualche modo affermiamo ciò che ci spetta. Sarebbe illusorio negarlo; in quel caso le rivendicazioni sarebbero soltanto derivate verso i fiumi carsici della dissimulazione. Quando invece ci parla l´unico Dio, la nostra autodeterminazione, anche quella religiosa, si trasforma in ricettività e passività totali e il nostro cuore finisce attaccato a Colui che è il solo a salvarci.

LIBRI

Martin Lutero e Katharina von Bora: da monaci a marito e moglie

“Benché per diverse ragioni Lutero si sia sposato assai tardi, nessun Riformatore ha tessuto un elogio così convinto del matrimonio, restituendogli, in un tempo che lo considerava inferiore all’ideale cristiano del celibato, la dignità massima di ‘opera di Dio’”.

Così scrive il professor Paolo Ricca nell’introduzione al volume “Da monaco a marito” che contiene la traduzione di due scritti di Martin Lutero sul matrimonio e la vita familiare. Si tratta de “La vita matrimoniale” del 1522 e delle “Questioni matrimoniali” del 1530.

Il titolo del libro dell’editrice Claudiana che li raccoglie è quanto mai significativo perché non riguarda solo la biografia del riformatore – che sposò nel 1525 l’ex monaca Katharina von Bora, quindi anch’essa ‘da monaca a moglie’ -, ma descrive una delle più grandi rivoluzioni operate dal protestantesimo: l’aver fatto della famiglia – invece del convento – il luogo primario della testimonianza evangelica, in cui, nella specialissima relazione con il coniuge e i figli, si impara la riconoscenza a Dio, l’amor per il prossimo e l’agire per il bene comune.

Il volume si apre con una pregevole e fluente introduzione di Paolo Ricca che esamina praticamente tutti gli scritti di Lutero sul matrimonio, definendone la teologia.

Uno spaccato della vita matrimoniale di Martin e Katherina è offerto da un’altra pubblicazione dell’editrice Claudiana “Lettere a Katharina von Bora“, una raccolta di 21 missive inviate da Lutero alla moglie in un arco di tempo molto vasto: dal 1529 – anno dei colloqui di Marburgo in c

ui si consumò la frattura tra i Lutero e Zwingli e di cui il riformatore parla alla moglie – fino al 14 febbraio 1546, quattro giorni prima della morte di Lutero.

Oltre a farci conoscere un Lutero intimo e privato – il Lutero marito e padre è realmente una sorpresa! -, la raccolta curata da Reinhard Dithmar ci presenta il rapporto tra un marito e una moglie molto amata e stimata, anche in campo teologico.

Martin Lutero, “Da monaco a marito. Due scritti sul matrimonio”, Claudiana, pagg. 284, euro 19.50.

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Domenico Maselli e la passione per lunità dei cristiani

Fascicolo completo di "Lucca7" in ricordo del Pastore Domenico Maselli.
"Desiderava creare un Centro ecumenico a Lucca, intitolandolo a Vermigli e Agresti"

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